Senza vergogna: la rabbia di chi non arriva a fine mese e una politica che guarda altrove

Caro vita, ma non per tutti. Le disuguaglianze sociali ed economiche sfociano in violenza

Senza vergogna: la rabbia di chi non arriva a fine mese e una politica che guarda altrove

In Italia si protesta in due modi diversi, e oggi ne vediamo entrambi.

Il primo fa rumore. Sono le piazze che degenerano, i volti coperti, i sassi e i petardi contro la polizia. Lo abbiamo visto a Milano nel fine settimana: sabato un corteo contro il caro vita, domenica centinaia di ragazzi, in grande maggioranza minorenni, incappucciati e vestiti di nero, che si sono dati appuntamento sui social e hanno messo a soqquadro il centro, tra vetrine sfondate, dehors devastati e negozi saccheggiati, dal supermercato al negozio di articoli sportivi. A fine giornata i fermati erano 271, di cui 220 minorenni, e fra le Forze dell'Ordine si contavano decine di feriti, con bilanci che nelle ore successive hanno parlato anche di oltre cento.

Quanto di quella rabbia abbia a che fare con il disagio economico non lo sappiamo ancora, e sarebbe disonesto fingere il contrario: secondo le prime ricostruzioni, a scontrarsi con la polizia erano ragazzi senza appartenenze politiche tradizionali e non riconducibili a gruppi organizzati. Ma è lecito domandarsi se una generazione che vede davanti a sè precarietà  e prezzi in salita non stia dando sfogo, nel modo peggiore, a un malcontento più largo che cresce nell'indifferenza generale.

Una cosa però va detta subito, senza se e senza ma: la violenza non è mai giustificata, e un saccheggio non è una protesta. Chi devasta il centro di una città  non difende nessuno, e finisce per regalare un alibi a chi preferirebbe non ascoltare le ragioni di chi protesta davvero.

Il secondo modo di protestare è silenzioso, e proprio per questo fa meno notizia.

Sono i trattori in fila sulla statale Palermo-Agrigento. Sono i camion fermi nei piazzali siciliani, con il fermo dei trasportatori proclamato dal 16 al 20 ottobre. Sono i pescherecci che minacciano di bloccare lo Stretto. Sono gli agricoltori, i trasportatori e perfino i commercianti scesi insieme in corteo in Puglia, in Calabria, in Basilicata e in Sicilia. Chiedono tutti la stessa cosa: poter lavorare senza andare in perdita. I trasportatori siciliani parlano di un gasolio intorno a 2,40 euro al litro e di perdite che oscillano tra i 700 e i 900 euro al giorno per ogni mezzo fermo o in viaggio. Nessuna vetrina rotta, nessuna colonna di fumo: e così queste proteste restano confinate nelle cronache locali e nelle pagine interne, quando va bene.

Eppure il comune denominatore è lo stesso, che si protesti con violenza o senza. Chi guadagna poco non arriva più a fine mese. Che sia un pensionato o un lavoratore dipendente non fa alcuna differenza: tra il caro carburante e il caro energia, vivere normalmente è diventato più costoso, mentre pensioni e stipendi hanno perso potere d'acquisto. Il gasolio che sale non pesa solo sul trattore o sul camion: pesa sul prezzo del pane, della frutta, di tutto ciò che viaggia su gomma. Pesa sul carrello della spesa di chi ha già smesso da tempo di fare progetti. La stessa protesta, nata come rivendicazione di categoria, sta diventando una protesta sociale, e non per caso.

A questa rabbia, che cosa risponde la politica?

Risponde con la solita prudenza dei conti. Il ministro dell'Economia invoca cautela e parla di nuvoloni all'orizzonte. La manovra per il 2027 vale circa 23,5 miliardi, ma la parte più sostanziosa non è libera: quattordici miliardi e mezzo circa sono legati a energia e difesa grazie alla clausola di salvaguardia europea, con sette miliardi l'anno destinati alla difesa nel biennio 2027-2028. Alle famiglie e alla spesa sociale ne vanno circa cinque. Ai ministeri si chiede di stringere la cinghia, alle banche un contributo, e intanto si ripete che i soldi non ci sono.

Poi, però, ecco il capitolo che anima davvero il dibattito nella maggioranza: il taglio dell'Irpef per quello che viene chiamato, con una certa audacia, ceto medio. L'idea è portare al 33% l'aliquota fino a 60 mila euro di reddito, invece del 43% che oggi si applica tra i 50 e i 60 mila. Un intervento che riguarderebbe circa un milione di contribuenti e costerebbe quasi tre miliardi. Nulla a chi guadagna fino a 28 mila euro, non si parla più di taglio dell'Irpef e di detassazione delle tredicesime. In compenso i magistrati hanno vinto un ricorso e serve un miliardo per pagare loro gli aumenti degli stipendi con gli arretrati, circa mille euro al mese in più, se non ho letto male. Capite come vanno le cose? C'è gente che ci vive con mille euro al mese e altri che li prendono come aumento mensile. La forbice è sempre più larga e nessuno fa niente per porvi rimedio.

Fermiamoci un attimo su questi numeri. Nel 2023, l'ultimo anno per cui abbiamo i dati, il reddito medio individuale degli italiani era poco sopra i 23 mila euro, quello mediano intorno ai 20 mila. Chi sta tra i 50 e i 60 mila euro lordi l'anno è molto, molto lontano da questa realtà. Può essere una persona che lavora e che merita rispetto, per carità, ma chiamarlo ceto medio, in un Paese dove la maggioranza dei lavoratori guadagna la metà  o meno, è un'operazione linguistica spregiudicata. Medio rispetto a chi? Al parlamentare? Al conduttore del talk show? Non certo alla famiglia che a metà mese guarda il saldo del conto e fa due calcoli prima di riempire il serbatoio.

Anche il precedente taglio dell'aliquota dal 35 al 33% ha avuto un effetto che dice molto: un beneficio massimo di 440 euro l'anno, identico per tutti i redditi tra i 50 e i 200 mila euro. Per chi ne guadagna 25 mila il vantaggio è molto più ridotto o nullo. Una politica fiscale che aiuta di più chi ha già di più non è una novità, ma è sempre un'ingiustizia, specie quando viene presentata come sostegno alla fascia più fragile.

Ecco perchè la parola giusta, per descrivere ciò che molti italiani provano, non è soltanto rabbia. E' un senso di abbandono. Una discriminazione sociale ed economica che aumenta nell'indifferenza di tutti: la politica, i giornali, le televisioni. Si accendono i riflettori solo quando c'è da condannare la violenza, e fanno bene a farlo, ma si spengono subito dopo, quando bisognerebbe chiedersi perchè tanta gente è arrivata al limite.

E poi ci sono i salotti televisivi. Sempre gli stessi ospiti, sempre gli stessi volti, gente che guadagna in un anno cifre che una famiglia comune non vedrà in una vita, e che parla di caro vita con l'aria di chi ne ha sentito parlare. Non sanno che cosa significhi rimandare una visita, razionare il riscaldamento, scegliere quale bolletta pagare prima. Non lo sanno e, soprattutto, non pare nemmeno interessare.

Per questo il senso di questo articolo, lo dico chiaramente, è uno solo: senza vergogna.

Senza vergogna chi dice che non ci sono soldi mentre discute di alleggerire le tasse a chi guadagna tra i 50 e i 60 mila euro. Senza vergogna chi destina miliardi al riarmo e lascia agricoltori, pescatori e camionisti a chiedere l'elemosina di uno sconto sul gasolio. Senza vergogna chi continua a chiamare ceto medio chi non lo è, per non dover ammettere che il vero ceto medio, quello che non arriva a fine mese, è stato dimenticato.

La rabbia non va mai trasformata in violenza. Ma ignorarla, nella speranza che passi da sola, è il modo più sicuro per farla crescere.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.