Manovra 2027: taglio Irpef di 10 punti per i redditi alti, stop a tredicesime

La manovra dei ricchi travestita da manovra di tutti

Si chiama Senza Vergogna, questo spazio, e raramente un titolo si è dimostrato più azzeccato di come sta per dimostrarsi oggi. Perché quello che filtra sulla manovra 2027, se le indiscrezioni verranno confermate, non è semplicemente una legge di bilancio deludente: è una dichiarazione di intenti. È un governo che, messo di fronte a un bivio, sceglie con freddezza chirurgica da che parte stare. E la parte non è la vostra, non è quella di chi il 27 del mese guarda il conto corrente con il fiato sospeso.

Ripercorriamo i fatti, perché i fatti, a differenza delle promesse elettorali, restano scritti. Fino a poche settimane fa si parlava di detassare le tredicesime, in particolare quelle più basse, tra i duemila e i tremila euro: un intervento minimo, quasi simbolico, ma capace di restituire qualche decina di euro proprio a chi quei soldi li spende subito, per necessità, non per investimento. Cancellato. Si parlava di abbassare l’Irpef di un punto per i redditi fino a ventottomila euro: la fascia più larga del Paese, quella dei lavoratori dipendenti, dei pensionati con l’assegno modesto, delle famiglie monoreddito. Anche questo, a quanto pare, è finito nel cassetto delle buone intenzioni mai realizzate, complici i nuovi numeri Istat sui conti pubblici che improvvisamente non permettono più nulla.

Nulla, tranne una cosa. Perché mentre si spegne la luce su chi guadagna ventottomila euro l’anno, resta accesa, ostinatamente accesa, la fiamma sacra del taglio Irpef di dieci punti per chi guadagna tra i cinquantamila e i sessantamila euro. Dieci punti. Non uno, non due: dieci. Per una fascia di reddito che in Italia rappresenta un’assoluta minoranza, che sta comodamente sopra la media nazionale, che non ha bisogno di scegliere tra la spesa e la bolletta. E indovinate un po’: quella misura non si tocca. Quella resiste a ogni austerità, a ogni richiamo dei conti pubblici, a ogni riunione notturna sui numeri che non tornano. Tre miliardi regalati a chi sta già bene, ma non solo: in automatico, se non si decide il contrario con una norma ad hoc, anche chi guadagna oltre i sessantamila euro prende lo sconto massimo di 1000 euro sull’Irpef.

C’è un nome tecnico per tutto questo, ed è “impostazione della manovra”. C’è anche un nome più onesto, ed è vergogna. Perché la matematica, quando la si applica senza filtri ideologici, non mente mai: se i soldi non bastano per tutti e bisogna scegliere chi aiutare per primo, la scelta di chi governa racconta esattamente chi considera prioritario. E qui la scelta è cristallina, incisa nella pietra prima ancora che nel testo del decreto: prima i redditi alti, poi, forse, se avanza qualcosa, se i mercati sono clementi, se le stelle si allineano, tutti gli altri.

Ai ceti medio-bassi resta la narrazione di consolazione, quella che conosciamo a memoria: “bisogna essere responsabili”, “i conti pubblici non permettono tutto”, “servirà pazienza”. La stessa narrazione che, guarda caso, non si applica mai quando si tratta di tutelare chi sta già bene. Lì, di colpo, la responsabilità e la pazienza lasciano il posto alla priorità assoluta, all’intoccabilità, al “questo punto non si negozia”.

E allora la domanda, semplice e diretta, va posta senza girarci intorno: a chi serve davvero questo governo? Perché se la risposta, guardando i numeri concreti e non gli slogan da conferenza stampa, è “a chi guadagna già più della media”, allora tutto il racconto sulla difesa del ceto medio, sull’attenzione alle famiglie, sulla vicinanza a chi fatica ad arrivare a fine mese, crolla in un colpo solo. Non serve più cercarlo tra le righe dei comunicati: basta guardare chi riceve dieci punti di sconto e chi resta a mani vuote.

Chi lavora, chi porta a casa uno stipendio normale, chi ogni mese fa i conti con l’affitto, la spesa, le bollette e la scuola dei figli, non chiede favori. Chiede coerenza tra le parole e i numeri. E in questa manovra, se le indiscrezioni si confermeranno, quella coerenza non c’è. C’è solo una scelta politica precisa, presentata con il linguaggio neutro della “sostenibilità dei conti”, che in realtà significa una cosa sola: chi sta bene continuerà a stare meglio, chi fatica continuerà a faticare. Senza vergogna, appunto. Ma stavolta il titolo non basta a fare da scudo: la vergogna, quella vera, resta tutta loro.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.

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