Novantanove agenti finiti in ospedale, negozi devastati, vetrine distrutte e città trasformate in campi di battaglia. È il bilancio nazionale citato dal sindacato Fsp Polizia di Stato, che torna a denunciare una situazione ormai insostenibile. E dopo quanto accaduto a Torino, come a Milano, la domanda è inevitabile: dobbiamo aspettare che ci scappi il morto prima di decidere che cosa fare?
Sono indignato. Non soltanto per le violenze, ma per l’impressione che in questo Paese si sia smarrita una distinzione fondamentale: manifestare è un diritto, aggredire e devastare è un reato.
Chi scende in piazza pacificamente deve essere tutelato, qualunque sia la sua idea politica. Chi invece si presenta incappucciato, lancia oggetti contro gli agenti, assalta negozi e distrugge beni pubblici deve essere identificato e chiamato a rispondere delle proprie azioni.
Non esistono battaglie ideologiche che trasformino la violenza in una forma legittima di protesta.
Poliziotti in prima linea, Stato troppo spesso in ritardo
Mentre gruppi organizzati scatenano il caos, gli agenti devono contenere gli aggressori, proteggere i cittadini e impedire che gli scontri degenerino ulteriormente. Lo fanno spesso con dotazioni e risorse che il sindacato Fsp giudica insufficienti.
Eppure, quando qualcuno finisce in ospedale, sembra quasi che il problema emerga soltanto per qualche giorno, giusto il tempo di rilasciare dichiarazioni indignate. Poi tutto torna come prima, fino al prossimo episodio.
Ma gli agenti non sono bersagli autorizzati. Sono lavoratori che rischiano la propria incolumità per garantire la sicurezza altrui.
Chi pretende ordine pubblico non può lasciare chi lo garantisce senza mezzi adeguati.
Droni, idranti e strumenti di contenimento: basta tabù ideologici
Il sindacato Fsp propone di rafforzare le dotazioni dei reparti mobili, utilizzando anche droni per documentare le violenze e identificare i responsabili, sistemi di dispersione con acqua e coloranti e strumenti a impatto cinetico, come quelli impiegati in altri Paesi europei.
Sono proposte che meritano una valutazione concreta, non una bocciatura automatica dettata da pregiudizi.
I droni possono aiutare a raccogliere prove e individuare chi commette aggressioni. I coloranti potrebbero agevolare l’identificazione successiva dei partecipanti ai disordini. Anche gli strumenti di contenimento possono essere valutati, purché siano efficaci e utilizzati secondo protocolli rigorosi.
Naturalmente, proiettili di gomma o spugna, sostanze irritanti e getti d’acqua ad alta pressione possono provocare lesioni. Non sono giocattoli e non devono essere impiegati indiscriminatamente. Servono formazione, regole precise, proporzionalità e controlli.
Ma attenzione: riconoscere i rischi di questi strumenti non significa accettare che la polizia continui ad affrontare gruppi violenti con mezzi inadeguati.
La domanda non è se concedere agli agenti una licenza di abusare della forza. La domanda è come consentire loro di fermare efficacemente chi commette violenze, riducendo per quanto possibile i rischi per tutti.
E i commercianti che pagano il conto?
C’è poi una categoria che troppo spesso finisce dimenticata: chi non c’entra assolutamente nulla.
Il commerciante che trova la vetrina distrutta. Il dipendente che non può raggiungere il posto di lavoro. Il cittadino che vede danneggiati i beni pubblici che contribuisce a finanziare con le proprie tasse.
Chi risarcisce queste persone? Chi restituisce loro il tempo perso, il lavoro compromesso e la tranquillità sottratta?
Non basta condannare genericamente la violenza. Occorre identificare i responsabili, accertarne le responsabilità e applicare le sanzioni previste dalla legge, garantendo anche il risarcimento dei danni quando ne ricorrono i presupposti.
Altrimenti il messaggio che passa è devastante: qualcuno distrugge, qualcun altro paga.
La collettività non può diventare lo sponsor involontario di chi devasta le città.
La libertà non è un lasciapassare per la violenza
Mi sono stancato della confusione, talvolta interessata, tra chi manifesta e chi mette a ferro e fuoco una città.
Si può contestare il Governo, protestare contro una decisione politica, scendere in piazza per difendere una causa. Tutto questo fa parte della democrazia.
Ma tirare pietre contro un agente non è partecipazione democratica. Spaccare la vetrina di un negozio non è giustizia sociale. Aggredire chi indossa una divisa non è un gesto rivoluzionario.
È violenza, punto.
E non diventa meno grave perché chi la commette si attribuisce una causa nobile o cerca di nascondersi dietro una bandiera.
Uno Stato democratico deve saper proteggere il dissenso senza tollerare l’impunità. Le due cose non sono in contraddizione: sono due facce della stessa legalità.
La mia posizione: fermezza, strumenti adeguati e responsabilità
Io sono favorevole a dotare le forze dell’ordine di strumenti più efficaci per documentare gli scontri, identificare i responsabili e contenere i gruppi violenti. Sono favorevole a rafforzare il personale, la formazione e le dotazioni dei reparti mobili, oltre a prevedere tutele concrete per gli agenti feriti.
Sull’impiego di proiettili a impatto cinetico e sostanze irritanti, invece, pretendo garanzie rigorose: ogni strumento deve essere valutato sulla base della sua efficacia, dei rischi e della proporzionalità dell’intervento.
Non voglio una polizia senza regole. Voglio una polizia messa nelle condizioni di far rispettare le regole.
E voglio che chi sbaglia risponda delle proprie azioni, senza impunità per i manifestanti violenti e senza immunità per eventuali abusi da parte degli operatori.
La legalità non può funzionare a senso unico.
Quante altre volte dovremo indignarci?
Dopo ogni scontro arrivano le dichiarazioni, le condanne e le promesse. Poi l’attenzione si spegne e si aspetta il prossimo episodio.
Io credo che sia arrivato il momento di smetterla con questo copione.
Le forze dell’ordine hanno bisogno di mezzi adeguati, organici sufficienti e regole operative chiare. Chi aggredisce deve essere identificato; chi danneggia deve risponderne; chi viene condannato deve scontare le conseguenze previste dalla legge.
E chi manifesta pacificamente deve poterlo fare senza essere ostaggio di gruppi che usano la piazza come copertura per la violenza.
La democrazia non è il diritto del più violento di imporre la propria volontà agli altri.
È ora che lo Stato lo dimostri con i fatti, non soltanto con le dichiarazioni.
Perché la libertà di manifestare va difesa. Ma anche quella di un poliziotto di tornare a casa senza ferite e quella di un commerciante di non trovare il proprio negozio distrutto sono diritti che meritano rispetto.
E non dovrebbero servire altri 99 agenti in ospedale per ricordarcelo.


