Applausi, signori. Standing ovation per il circo mediatico che si è rimesso in moto puntuale come un Frecciarossa in perfetto orario. Repubblica apre con “Benzina senza freni” e in trenta secondi il copione si scrive da solo: editorialisti con la schiuma alla bocca, talk show che si accorgono all’improvviso che fare il pieno costa, opposizione che tira fuori la parola “stangata” come fosse la prima volta che la pronuncia, cittadini “traditi”, governo “che non fa nulla”. Repertorio completo, nessuna variazione sul tema, applausi a scena aperta. Manca solo il sipario che si chiude e le luci in sala che si riaccendono.
Oggi la media è 2,015 euro al litro. Ed è un problema vero, sia chiaro: per chi macina chilometri ogni giorno per lavoro, per le famiglie che devono partire per le ferie con quattro numeri sul conto corrente, per le imprese di trasporto che vivono di margini già risicati, per gli artigiani che il furgone lo usano come fosse un’estensione delle proprie mani. Lo Stretto di Hormuz è una polveriera, i mercati annusano il rischio e nessuno, nessuno, nemmeno chi si atteggia a esperto in tv, sa dire con certezza cosa succederà tra due settimane. Monitorare, intervenire con giudizio, correggere la rotta correzione dopo correzione, senza sceneggiate e senza slogan da campagna elettorale permanente: questo è sacrosanto, questo è il compito di chi governa. Quello che è osceno è tutto il resto, ovvero il novanta per cento di quello che si legge e si sente in questi giorni.
È osceno il tempismo dell’indignazione, che si accende e si spegne non in base ai numeri ma in base a chi siede a Palazzo Chigi. È osceno il metro doppio usato con la disinvoltura di chi pensa che i lettori non abbiano memoria, o peggio, che non sappiano usare un motore di ricerca per verificare. È osceno guardare in camera, con la faccia più seria del mondo, e fare finta che la storia sia cominciata ieri.
Perché la storia, quella vera, dice altro. Giugno 2022. Al governo i “migliori”, quelli accolti in conferenza stampa con l’applauso prima ancora del saluto, quelli che avrebbero dovuto salvarci tutti da noi stessi. Media mensile della benzina in quel mese: 2,034 euro al litro. Non un rincaro lampo di un weekend, non il prezzo gonfiato di un distributore d’autostrada colto in fallo dalla Finanza: la media di un mese intero, calcolata su tutto il territorio nazionale. Portata a valore reale con quattro anni di inflazione sul groppone, quella cifra vale oggi qualcosa come 2,276 euro al litro. Più cara di adesso. Sensibilmente più cara, non di qualche centesimo simbolico ma di una cifra che pesa davvero sul bilancio di una famiglia media.
E allora, i titoli di quei giorni? Compassati. Tecnici. Quasi svogliati, come se si trattasse di un bollettino meteo e non del portafoglio degli italiani. La colpa, allora, aveva sempre lo stesso indirizzo fisso: “la guerra”, “i mercati”, “Putin”, mai, e dico mai, il governo dei professori, mai una parola sulla gestione, mai un editoriale che chiedesse conto a chi sedeva al Ministero dell’Economia. I pompieri erano già sul posto prima ancora che il fuoco attecchisse, pronti a spegnere ogni possibile focolaio di polemica con il secchio della comprensione istituzionale.
Oggi, con un prezzo più basso di allora, nettamente più basso, se si guarda ai numeri veri e non a quelli comodi per il titolo del giorno, gli stessi giornali che nel 2022 tenevano i toni bassi accendono la miccia e ci versano sopra il giornalismo d’opinione come benzina sul fuoco. Ironico, per restare in tema, ma soprattutto rivelatore. Perché quando lo stesso identico fenomeno, con numeri persino più favorevoli, riceve trattamenti mediatici opposti a seconda della maglia indossata da chi governa, non stiamo più parlando di cronaca economica. Stiamo parlando di una scelta editoriale precisa, ripetuta, sistematica.
E le scelte editoriali, quando cambiano firma a seconda di chi sta a Palazzo Chigi, un nome ce l’hanno: si chiama faziosità travestita da preoccupazione popolare. È un travestimento comodo, perché permette di indignarsi solo quando conviene, di scoprire l’esistenza dei pendolari solo quando i pendolari possono essere usati come clava contro l’avversario politico del momento, di ricordarsi delle famiglie in difficoltà solo se quella difficoltà può diventare un titolo a effetto.
Detto questo, e lo dico da cittadino prima ancora che da osservatore, un governo serio non si giudica dal fatto che accetti o respinga la narrazione del giorno imposta da chi controlla i titoli dei giornali, ma da cosa fa concretamente per chi sta peggio. E qui, personalmente, un desiderio ce l’ho, e non nascondo che mi piacerebbe vederlo realizzato: che questo Governo trovi il coraggio di intervenire davvero a favore delle fasce più deboli della popolazione, quelle che ogni rincaro, vero o gonfiato dai titoli che sia, lo sentono sulla pelle prima e più di chiunque altro. Una misura concreta, semplice, immediatamente percepibile nelle tasche delle famiglie sarebbe la detassazione della tredicesima fino a duemila euro: un aiuto diretto, senza mediazioni, senza passaggi burocratici che si perdono per strada, proprio nei mesi in cui le spese si moltiplicano. Non chiedo miracoli, chiedo scelte. E le scelte, a differenza dei titoli dei giornali, si misurano sui fatti, non sulle prime pagine.


