Se il carrello è aumentato solo dell’1%, perché con gli stessi soldi compriamo sempre meno?
L’ISTAT ha parlato: ad agosto 2026 l’inflazione italiana sale al 3,3%, dal 2,9% di luglio.
Fin qui nulla di particolarmente sorprendente per chi paga bollette, mette carburante nell’auto o semplicemente vive nel mondo reale.
Poi arriva il dato che lascia perplessi.
Il famoso “carrello della spesa”, quello composto da prodotti alimentari e beni per la cura della casa e della persona, secondo l’ISTAT sarebbe aumentato su base annua appena dell’1%.
Uno per cento.
E allora una domanda viene spontanea:
ma dove vanno a fare la spesa gli italiani rappresentati da questo carrello, nei minimarket dei bengalesi forse?
Perché il carrello che vedo io, e che vedono tante famiglie quando entrano in un supermercato, in una macelleria, in una pescheria o dal fruttivendolo, sembra appartenere a un altro Paese.
Attenzione: non sto dicendo che l’ISTAT inventi i numeri.
Anzi, l’Istituto utilizza una rilevazione enorme: nel 2026 vengono impiegate ogni mese oltre 29 milioni di quotazioni di prezzo, con dati provenienti dalla grande distribuzione, da migliaia di punti vendita, dai mercati, dagli esercizi commerciali e da numerose altre fonti.
Il problema è un altro.
Una media statistica può essere perfettamente corretta e contemporaneamente raccontare molto male quello che sta succedendo nel portafoglio di una singola famiglia.
Ed è qui che nasce la rabbia.
Io dal macellaio vedo aumenti ben diversi dall’1%
Parlo anche della mia esperienza personale.
Negli ultimi due o tre mesi, nella macelleria dove abitualmente acquisto carne, ho visto prezzi aumentare in alcuni casi di circa il 20%.
Non dell’1%.
Venti per cento.
Sul pesce la situazione che incontro personalmente è ancora peggiore: in alcune pescherie ho visto prezzi arrivare perfino a raddoppiare per determinati prodotti, mentre al mercato ittico gli aumenti che ho riscontrato sono più spesso nell’ordine del 20-30%.
Sono rilevazioni personali, naturalmente, non statistiche nazionali.
Ma provate a chiedere alle persone.
Provate a parlare con chi entra ogni settimana in macelleria.
Con chi compra pesce.
Con chi riempie una busta di frutta e verdura e arriva alla cassa chiedendosi se dentro ci siano pomodori oppure gioielli.
Perché ormai certi prezzi della frutta e della verdura sembrano quelli della carne di qualche anno fa.
E davanti a tutto questo leggiamo:
carrello della spesa +1%.
È inevitabile che qualcosa, nella percezione delle famiglie, non torni.
Il dato che si racconta meno: gli acquisti frequenti sono saliti del 4,3%
In realtà basta leggere qualche riga più sotto dello stesso comunicato ISTAT per trovare un numero che assomiglia molto di più alla vita quotidiana.
Ad agosto i prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto sono passati dal +3,4% al +4,3% su base annua.
E allora cambia già tutto.
Perché una famiglia non vive acquistando ogni giorno televisori, divani o elettrodomestici.
Vive comprando continuamente alimentari, prodotti per la casa, carburante e beni di uso quotidiano.
È quella frequenza che svuota il portafoglio.
Un aumento del 4,3% su qualcosa che compri continuamente pesa molto più, nella vita concreta, di una riduzione di prezzo su qualcosa che acquisti una volta ogni cinque anni.
Ma quando arriva il titolo del telegiornale cosa resta?
“Carrello della spesa stabile all’1%”.
E tutti tranquilli.
O almeno così dovrebbe essere.
C’è un altro dato ancora più importante: i poveri subiscono più inflazione
C’è poi un dato dell’ISTAT che dovrebbe essere stampato a caratteri cubitali ogni volta che qualcuno sostiene che l’inflazione sia uguale per tutti.
Nel secondo trimestre del 2026 l’aumento dei prezzi misurato dall’indice armonizzato è stato del 3,7% per le famiglie con i livelli di spesa più bassi, mentre per quelle con i livelli di spesa più elevati si è fermato al 2,6%.
Ecco la realtà.
L’inflazione colpisce di più chi ha meno.
Non dovrebbe nemmeno sorprenderci.
Una famiglia con reddito elevato può destinare una parte consistente delle proprie entrate a risparmio, viaggi, tecnologia, ristorazione, cultura, servizi e consumi rinviabili.
Una famiglia operaia deve innanzitutto mangiare.
Deve accendere la luce.
Deve pagare il gas.
Deve mettere benzina nell’auto per andare a lavorare.
Deve comprare medicine.
Deve pagare affitto o mutuo.
Quando aumentano questi beni, non può dire: “questo mese non li compro”.
Ecco perché l’inflazione non è mai soltanto una percentuale.
È una questione sociale.
L’1% non significa che la spesa sia tornata economica
C’è poi un gigantesco equivoco che accompagna quasi sempre i dati sull’inflazione.
Dire che un prezzo è aumentato dell’1% rispetto a un anno fa non significa affatto che sia tornato ai livelli di qualche anno fa.
Significa semplicemente che rispetto a un prezzo che poteva essere già molto elevato dodici mesi prima è cresciuto ancora dell’1%.
Facciamo un esempio semplicissimo.
Un prodotto costava 100.
Dopo una fiammata inflazionistica arriva a 120.
L’anno successivo aumenta soltanto dell’1%.
Fantastico: inflazione quasi scomparsa.
Peccato che il prodotto non sia tornato a 100.
Costa più di 121.
È questa la grande differenza tra inflazione e livello dei prezzi.
L’inflazione può rallentare.
I prezzi, intanto, possono restare lassù.
E gli stipendi?
Quelli devono inseguire.
Spesso senza riuscirci.
E poi c’è il trucco della confezione più piccola
Esiste inoltre un rincaro che molti consumatori notano soltanto dopo qualche tempo.
La confezione sembra uguale.
Il prezzo magari aumenta poco oppure resta quasi invariato.
Poi guardi meglio.
Prima erano 120 grammi.
Adesso 100.
Prima la bottiglia conteneva una certa quantità.
Ora qualcosa in meno.
Prima dentro la confezione c’erano quattro pezzi.
Adesso tre.
È la cosiddetta shrinkflation: non necessariamente aumenta vistosamente il prezzo esposto, diminuisce la quantità che portiamo a casa.
Con i prodotti confezionati l’ISTAT utilizza in larga parte i dati provenienti direttamente dalle casse della grande distribuzione, acquisendo informazioni su fatturato e quantità vendute, quindi il sistema statistico dispone di strumenti sofisticati per seguire anche le caratteristiche delle referenze.
Ma il problema per il consumatore resta.
Perché davanti allo scaffale vede ancora magari 2,99 euro.
Solo che con quei 2,99 euro porta a casa meno prodotto.
È un rincaro silenzioso.
Quello che non urla dal cartellino.
E proprio per questo funziona benissimo.
Tonno, olio, carne, pesce: il problema è quello che compriamo davvero
Il punto non è costruire un processo all’ISTAT.
Il punto è capire quanto possa essere fuorviante prendere un indicatore medio e usarlo come prova che “la spesa non sta aumentando”.
Perché dentro un indice ci sono centinaia di prodotti.
Alcuni salgono.
Altri scendono.
Alcuni pesano molto.
Altri meno.
Ma una famiglia concreta non compra “il paniere ISTAT”.
Compra quello che le serve.
Se ha due figli comprerà più latte, pasta, carne, frutta, prodotti per l’igiene.
Se vive lontano dal luogo di lavoro comprerà molto carburante.
Se ha una persona anziana in casa sosterrà determinate spese sanitarie.
E se proprio i prodotti che quella famiglia utilizza maggiormente aumentano del 10, 20 o 30%, alla cassa non servirà a nulla sapere che qualche altro prodotto compreso nella media nazionale è diminuito di prezzo.
Il cassiere non applica la media ISTAT.
Presenta il conto.
“Mangiate meno”: la vera cura contro l’inflazione?
Ed eccoci alla conseguenza più grave.
Quando gli stipendi non crescono quanto il costo della vita, le famiglie non possono stampare denaro.
Devono tagliare.
Prima si eliminano le cose superflue.
Una cena fuori.
Un weekend.
Un vestito nuovo.
Poi si rinviano gli acquisti.
Poi si sceglie il prodotto più economico.
Poi si compra meno carne.
Meno pesce.
Meno frutta.
E quando non basta più, si arriva al punto che considero socialmente intollerabile:
si comincia a risparmiare sulla salute.
Una visita specialistica rinviata.
Un controllo rimandato.
Il dentista che può aspettare.
Un esame che magari si farà “il mese prossimo”.
Perché quando devi scegliere tra 150 euro per una visita medica privata e riempire il frigorifero, la salute improvvisamente diventa una spesa comprimibile.
E questa è la vera inflazione.
Non quella scritta dopo la virgola in un comunicato.
Quella che modifica la qualità della vita.
L’inflazione media non paga la spesa
Il dato ISTAT del +1% sul carrello della spesa ha una sua metodologia e una sua dignità statistica.
Non va ridicolizzato.
Ma non deve nemmeno diventare un alibi politico.
Perché lo stesso ISTAT ci dice contemporaneamente che l’inflazione generale è al 3,3%, che i prodotti acquistati più frequentemente crescono del 4,3% e che le famiglie con minori capacità di spesa hanno recentemente sopportato un’inflazione superiore a quella delle famiglie più abbienti.
Sono tutti dati veri.
Il problema è quale scegliamo di raccontare.
Perché dire soltanto “il carrello della spesa aumenta dell’1%” rischia di produrre un’Italia statistica nella quale tutto sommato va abbastanza bene.
Poi c’è l’altra Italia.
Quella che arriva alla cassa.
Quella che guarda lo scontrino.
Quella che rinuncia al pesce.
Quella che compra meno carne.
Quella che aspetta l’offerta per l’olio.
Quella che controlla quanti grammi sono rimasti dentro la scatoletta di tonno.
Quella che apre il conto corrente prima di prenotare una visita medica.
A quelle famiglie potete spiegare tutte le medie statistiche che volete.
Ma alla fine del mese resta una sola domanda:
se il carrello è aumentato soltanto dell’1%, perché con gli stessi soldi dentro quel carrello ci mettiamo sempre meno roba?


