Irpef fino a 60mila euro: perché questa è diventata la priorità del Governo?

Taglio Irpef fino a 60mila euro: perché è una priorità del Governo?

Irpef fino a 60mila euro: perché questa è diventata la priorità del Governo?

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo lo ripete da mesi e, a quanto pare, il Governo non intende abbandonare l’obiettivo: nella prossima manovra si vorrebbe estendere fino a 60.000 euro di reddito l’aliquota Irpef del 33%, che oggi si ferma a 50.000 euro. Sulla parte compresa tra 50.000 e 60.000 euro si paga attualmente il 43%.

Tradotto: 100 euro di risparmio per chi dichiara 51.000 euro, 500 euro per chi ne dichiara 55.000, fino a 1.000 euro l’anno per chi arriva a 60.000 euro. La misura viene stimata dal viceministro Leo in circa 3 miliardi di euro.

Tre miliardi.

Ed è proprio davanti a questa cifra che mi pongo una domanda molto semplice:

perché questa deve essere una delle priorità fiscali del Paese?

Non sto dicendo che chi guadagna 50.000 o 60.000 euro sia ricco.

Non lo è necessariamente.

Soprattutto con una famiglia, un mutuo, dei figli e magari vivendo in una città costosa.

Ma tra dire che quella fascia non è composta da milionari e sostenere che debba essere la priorità di una manovra con risorse limitate c’è una bella differenza.

Il Governo la chiama tutela del ceto medio

La motivazione dell’esecutivo è chiara.

Leo sostiene che la riduzione delle tasse debba proseguire concentrandosi sul ceto medio. Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato il 23 settembre che la prosecuzione del taglio dell’Irpef al ceto medio resta tra le finalità della prossima legge di bilancio.

È una posizione legittima.

Chi percepisce redditi medio-alti sostiene una parte rilevante del gettito Irpef e negli ultimi anni è rimasto spesso escluso da bonus e agevolazioni concentrati sulle fasce più basse.

Questa è la ragione politica della scelta.

Ma ne esiste un’altra che meriterebbe almeno altrettanta attenzione:

chi sta soffrendo maggiormente l’aumento del costo della vita?

Il caro vita pesa di più proprio su chi ha meno

Qui non servono impressioni personali.

Lo dice l’Istat.

Nel secondo trimestre del 2026 l’inflazione misurata dall’indice armonizzato è stata del 3,7% per le famiglie con livelli di spesa più bassi, contro il 2,6% per quelle con livelli di spesa più elevati.

Non è difficile capire il perché.

Chi guadagna poco destina una percentuale molto maggiore del proprio reddito a beni che non può eliminare:

alimentari, energia, trasporti, affitto, carburante.

E proprio durante il 2026 l’Istat ha registrato aumenti particolarmente consistenti anche nell’energia: a luglio gli energetici regolamentati risultavano in crescita del 14,8% su base annua e quelli non regolamentati dell’11,4%.

Quindi attenzione a una frase che sento spesso: “anche chi guadagna 60.000 euro paga benzina e bollette”.

Naturalmente è vero.

Ma una bolletta da 200 euro non pesa allo stesso modo su una famiglia che dispone di 1.500 euro al mese e su una che dispone di un reddito sensibilmente superiore.

Non è ideologia.

È matematica familiare.

E allora perché proprio 50-60mila euro?

È questo il punto che continuo a non vedere sufficientemente spiegato.

Se ci sono 3 miliardi disponibili per ridurre l’Irpef, perché la scelta deve necessariamente partire dalla fascia tra 50.000 e 60.000 euro?

Perché non concentrare almeno una parte maggiore di quelle risorse sui redditi da 20.000, 25.000 o 30.000 euro?

Perché non intervenire più decisamente sulla tredicesima dei redditi bassi?

Perché non aumentare le detrazioni per chi vive di lavoro dipendente e pensione?

Perché non ridurre maggiormente il peso fiscale proprio dove cento euro possono fare una differenza molto più evidente nel bilancio di una famiglia?

Sono domande alle quali sarebbe utile rispondere con numeri, non con slogan sul “ceto medio”.

Chi guadagna 20mila euro quanto riceverebbe da questa misura?

La risposta è semplicissima.

Zero.

Un lavoratore con 20.000 euro di reddito non riceverebbe un centesimo dall’estensione del 33% da 50.000 a 60.000 euro.

Uno da 25.000?

Zero.

Uno da 28.000?

Zero.

Uno da 35.000?

Zero dalla nuova estensione.

Uno da 45.000?

Ancora zero.

Il beneficio specifico comincia quando si supera quota 50.000.

Ed è perfettamente possibile sostenere che quella fascia sia stata penalizzata dal sistema fiscale.

Ma almeno chiamiamo le cose con il loro nome:

questa particolare misura non è un taglio generalizzato dell’Irpef per le famiglie italiane. È un intervento concentrato sui redditi superiori a 50.000 euro.

E il beneficio massimo non riguarda soltanto chi guadagna 60mila

C’è poi un dettaglio tecnico importante.

L’Irpef funziona per scaglioni.

Se il 33% venisse esteso alla fascia 50.000-60.000 senza meccanismi correttivi, anche chi guadagna più di 60.000 euro beneficerebbe del taglio sui 10.000 euro compresi tra quelle due soglie.

In altre parole, il risparmio massimo di 1.000 euro potrebbe andare anche a chi dichiara 80.000, 100.000 o 200.000 euro.

Proprio per questo tra le ipotesi circola anche una possibile sterilizzazione del beneficio per i redditi più elevati. Secondo le indiscrezioni riportate sulla manovra, i contribuenti con redditi superiori sarebbero circa 3,3 milioni se il beneficio non venisse limitato.

E questo rende ancora più importante conoscere il testo effettivo prima di giudicare l’impatto distributivo finale.

Mille euro sono tanti. Ma per chi?

Mille euro l’anno non sono affatto una cifra irrilevante.

Sono circa 83 euro al mese.

Ma facciamo il confronto con chi sta più in basso.

Una famiglia che vive con un reddito da 20.000-25.000 euro può trovarsi a dover scegliere se rinviare una visita medica, diminuire la qualità della spesa alimentare o evitare di usare l’auto se non strettamente necessario.

Per quella famiglia mille euro avrebbero un impatto enorme.

Per chi dispone di 60.000 euro lordi restano comunque un beneficio apprezzabile, ma rappresentano una quota percentualmente molto più piccola del reddito.

È esattamente per questo che una riforma fiscale non può essere giudicata soltanto chiedendosi:

“Chi paga molte tasse?”

Bisogna aggiungere:

“Chi ha maggiore necessità che quelle tasse vengano ridotte per primo?”

Le due domande non producono necessariamente la stessa risposta.

Nessuna guerra tra poveri e ceto medio

Sarebbe però sbagliato trasformare questa discussione nella solita guerra fra categorie.

Chi guadagna 55.000 euro non è il nemico di chi ne guadagna 25.000.

Il problema non è togliere qualcosa al primo.

È decidere come impiegare risorse pubbliche limitate.

Il Governo sostiene che dopo gli interventi già effettuati sulle fasce inferiori sia arrivato il momento di occuparsi maggiormente del ceto medio.

È la sua scelta politica.

Ma proprio perché si tratta di miliardi di euro, i cittadini hanno il diritto di chiedere:

quali alternative sono state considerate?

E quale sarebbe l’effetto distributivo di destinare quegli stessi tre miliardi diversamente?

Il confronto che vorrei vedere

Vorrei una tabella molto semplice nella discussione della prossima manovra.

Tre miliardi destinati all’estensione del 33% fino a 60.000 euro:

quanto guadagna ciascuna fascia di reddito?

Poi prendiamo gli stessi tre miliardi e simuliamo un intervento concentrato tra 15.000 e 30.000 euro:

quanto guadagnerebbero quelle famiglie?

Terza ipotesi:

utilizziamo la stessa cifra per detassare maggiormente le tredicesime dei redditi medio-bassi.

Quarta:

rafforziamo le detrazioni da lavoro dipendente.

Mettiamo tutto sulla stessa pagina.

Poi discutiamo.

Questa sarebbe trasparenza fiscale.

Perché il vero problema è la parola “priorità”

Non contesto il principio secondo il quale anche il ceto medio debba pagare meno tasse.

La domanda è diversa:

prima di chi?

Perché una manovra economica è soprattutto una graduatoria delle priorità.

Se le risorse fossero infinite potremmo abbassare l’Irpef a tutti.

Ma non lo sono.

Giorgetti stesso ha ricordato che prima di definire gli interventi bisogna aggiornare il quadro di finanza pubblica e verificare l’andamento di tassi, materie prime e altre variabili macroeconomiche.

Quindi bisogna scegliere.

Ed è quella scelta che merita di essere discussa.

Ceto medio sì. Ma quello da 25mila euro come lo chiamiamo?

C’è infine una questione quasi linguistica che trovo curiosa.

Quando la politica parla di “ceto medio” sembra ormai riferirsi quasi automaticamente ai redditi intorno ai 50-60 mila euro.

Ma chi guadagna 25.000 euro?

Chi ne guadagna 30.000?

Chi porta a casa uno stipendio normale, paga un mutuo e mantiene due figli?

Dove lo collochiamo?

Nel ceto basso?

Nel ceto medio-basso?

Nel limbo fiscale?

Il rischio è che proprio questa enorme fascia della popolazione rimanga schiacciata:

troppo “ricca” per molti aiuti,

troppo povera per sentirsi economicamente tranquilla.

Ed è forse proprio da lì che dovrebbe partire qualsiasi ragionamento sul fisco.

Tre miliardi meritano una spiegazione più convincente

Quindi no, non trovo scandaloso che lo Stato voglia ridurre l’Irpef anche a chi guadagna 50.000 o 60.000 euro.

La domanda che resta aperta è un’altra.

Perché proprio adesso quella fascia deve rappresentare una delle priorità della prossima manovra?

Con famiglie a basso reddito che subiscono un’inflazione superiore a quella delle famiglie più abbienti; con energia, trasporti e beni essenziali che continuano a pesare; con lavoratori e pensionati che ogni mese fanno i conti con margini sempre più stretti, tre miliardi sono una somma abbastanza grande da meritare un confronto pubblico serio sulle alternative.

Il Governo ha scelto di chiamare questa strada “riduzione delle tasse al ceto medio”.

Legittimo.

Ma quando arriverà la manovra definitiva, più che gli slogan conterà una cosa sola:

chi riceverà quanto.

Perché è lì, e non nelle conferenze stampa, che si vedrà davvero quale fascia di italiani è stata considerata prioritaria.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.

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