IRPEF, finalmente una proposta che aiuta davvero chi guadagna meno. Perché la sinistra non la fa sua?

Riforma IRPEF ANIEF

IRPEF, finalmente una proposta che aiuta davvero chi guadagna meno. Perché la sinistra non la fa sua?

Ogni volta che si parla di ridurre le tasse in Italia sembra di assistere allo stesso spettacolo.

Un punto percentuale in meno qui.

Duecento euro all’anno là.

Una detrazione.

Un bonus.

Una soglia spostata di qualche migliaio di euro.

Poi arrivano i comunicati trionfali: “Abbiamo abbassato le tasse”.

E il lavoratore apre la busta paga, guarda il netto e spesso si domanda dove sia finita questa rivoluzione fiscale.

Poi arriva una proposta come quella avanzata dall’ANIEF e, almeno sulla carta, finalmente si vede qualcosa di completamente diverso.

Non un ritocco.

Non una mancia fiscale.

Una vera revisione dell’IRPEF che riporterebbe il sistema a cinque scaglioni, abbassando soprattutto le aliquote sui redditi bassi e medio-bassi e intervenendo contemporaneamente sul ceto medio.

La proposta rilanciata dal sindacato prevede:

  • 15% fino a 18.808 euro;
  • 20% sulla parte compresa tra 18.808 e 28.000 euro;
  • 25% tra 28.000 e 40.000 euro;
  • 30% tra 40.000 e 60.000 euro;
  • 43% oltre 60.000 euro.

A questo ANIEF aggiunge la richiesta di tassare al 5% aumenti contrattuali, straordinari, tredicesime e alcuni compensi accessori del pubblico impiego.

Personalmente trovo questa impostazione molto più convincente di tanti interventi fiscali discussi negli ultimi mesi.

Per una ragione molto semplice:

parte dal basso senza dimenticare il ceto medio.

Oggi quanto paghiamo?

Dal 2026 l’IRPEF nazionale è strutturata sostanzialmente su tre aliquote:

23% fino a 28.000 euro;
33% da 28.000 a 50.000 euro;
43% oltre 50.000 euro.

Il secondo scaglione è stato ridotto dal precedente 35% al 33% con la Legge di Bilancio 2026, producendo un beneficio massimo di 440 euro annui.

Adesso confrontiamo questo sistema con quello proposto dall’ANIEF.

Ed è qui che i numeri diventano interessanti.

Preciso una cosa fondamentale: quelli che seguono sono calcoli sulla sola IRPEF lorda, prima di detrazioni, trattamento integrativo, addizionali regionali e comunali e altre agevolazioni personali.

Quindi non significa automaticamente trovare esattamente quelle cifre in più nella busta paga.

Servono però a capire la dimensione della differenza tra i due sistemi.

Con 20.000 euro di reddito: circa 1.540 euro di IRPEF lorda in meno

Prendiamo un lavoratore con un reddito imponibile di 20.000 euro.

Con il sistema attuale:

23% di 20.000 euro = 4.600 euro di IRPEF lorda.

Con la proposta ANIEF:

15% sui primi 18.808 euro = 2.821 euro circa;

20% sui restanti 1.192 euro = circa 238 euro.

Totale:

circa 3.060 euro.

Differenza rispetto a oggi:

1.540 euro l’anno.

Circa 128 euro al mese, se dividessimo semplicemente il beneficio teorico per dodici mensilità.

Altro che riduzione dal 23 al 22% della prima aliquota.

Quella produrrebbe, su 20.000 euro, un beneficio lordo teorico di circa 200 euro l’anno.

La proposta ANIEF cambia completamente ordine di grandezza.

Ed è esattamente ciò che intendo quando sostengo che per aiutare davvero i redditi bassi bisogna smettere di parlare di briciole.

Con 28.000 euro: quasi 1.800 euro in meno

Passiamo a un reddito imponibile di 28.000 euro.

Oggi l’IRPEF lorda è:

23% di 28.000 = 6.440 euro.

Con la proposta ANIEF diventerebbe circa:

2.821 euro sui primi 18.808;

1.838 euro circa sulla fascia successiva.

Totale:

4.660 euro circa.

Risparmio lordo teorico:

1.780 euro all’anno.

Quasi 150 euro al mese.

E qui siamo esattamente dentro quella fascia di lavoratori della quale parlo spesso: persone che non possono essere considerate povere secondo molti parametri amministrativi, ma che con 1.400, 1.500 o 1.600 euro netti al mese devono pagare mutuo o affitto, alimentari, bollette, carburante, assicurazione e magari mantenere anche dei figli.

Per queste persone 1.780 euro non sono una mancia.

Sono soldi veri.

Con 35.000 euro: oltre 2.300 euro

Prendiamo poi un reddito di 35.000 euro.

Con le aliquote attuali l’IRPEF lorda è circa:

8.750 euro.

Con le aliquote ANIEF:

6.410 euro circa.

Differenza:

2.340 euro all’anno.

Circa 195 euro mensili in termini puramente aritmetici.

Ed ecco perché trovo interessante questa proposta.

Non crea una frattura artificiale tra “poveri” e “ceto medio”.

Fa una cosa molto più logica:

riduce progressivamente il prelievo lungo una parte molto ampia della distribuzione dei redditi.

A 40.000 euro: circa 2.740 euro di differenza

Con un imponibile di 40.000 euro, oggi avremmo un’IRPEF lorda di circa:

10.400 euro.

Con la proposta ANIEF:

7.660 euro circa.

Risparmio:

2.740 euro all’anno.

Sono più di 228 euro al mese dividendo il beneficio per dodici.

Cominciamo a parlare di cifre che possono effettivamente cambiare il bilancio di una famiglia.

Non cinquanta centesimi al giorno.

Non quindici euro al mese.

Centinaia di euro.

A 50.000 euro: circa 3.040 euro in meno

Con 50.000 euro imponibili, l’attuale IRPEF lorda ammonta a circa:

13.700 euro.

Con lo schema ANIEF:

10.660 euro circa.

Differenza:

3.040 euro all’anno.

E attenzione: 50.000 euro lordi non significano affatto essere ricchi.

È questa una delle storture del dibattito italiano.

Sembra quasi che esistano soltanto due categorie:

chi guadagna pochissimo e i milionari.

Nel mezzo ci sono invece lavoratori qualificati, funzionari, insegnanti con anzianità, professionisti, tecnici e famiglie con due redditi individuali non certo da nababbi che sostengono una pressione fiscale considerevole.

Una riforma seria dovrebbe guardare anche a loro.

A 60.000 euro: oltre 4.300 euro di IRPEF lorda in meno

E arriviamo a 60.000 euro.

Sistema attuale:

circa 18.000 euro di IRPEF lorda.

Sistema ANIEF:

circa 13.660 euro.

Differenza:

4.340 euro all’anno.

Qui il beneficio diventa molto consistente.

E sopra i 60.000 euro, poiché entrambe le strutture prevedrebbero nuovamente il 43% sulla parte eccedente quella soglia, il vantaggio accumulato sulle fasce precedenti rimarrebbe sostanzialmente dello stesso ordine di grandezza.

Riassumiamo.

Reddito imponibileIRPEF attualeProposta ANIEFDifferenza lorda
20.000 €4.600 €3.060 €1.540 €
28.000 €6.440 €4.660 €1.780 €
35.000 €8.750 €6.410 €2.340 €
40.000 €10.400 €7.660 €2.740 €
50.000 €13.700 €10.660 €3.040 €
60.000 €18.000 €13.660 €4.340 €

Questi sono numeri che meritano almeno una discussione politica seria.

Questa sì che sarebbe una riforma dell’IRPEF

Ciò che mi convince è soprattutto la progressione.

Il reddito più basso non viene lasciato al 23% per concedergli magari domani un misero punto percentuale.

Scenderebbe al 15%.

La fascia successiva passerebbe al 20%.

Poi 25%.

Poi 30%.

Soltanto oltre 60.000 euro scatterebbe il 43%.

Si può discutere delle soglie.

Si può discutere delle percentuali.

Si può discutere del costo.

Ma almeno qui abbiamo davanti una proposta che ha una logica chiaramente leggibile.

Più gradini.

Più progressività.

Aliquote significativamente più basse nella parte bassa e centrale dei redditi.

E soprattutto niente salto dal 33 al 43% appena superati i 50.000 euro.

E la tredicesima al 5% sarebbe tutt’altro che una misura simbolica

ANIEF propone inoltre un’imposta sostitutiva del 5% sulla tredicesima, sugli aumenti contrattuali, sugli straordinari e su alcuni compensi accessori del pubblico impiego.

Anche questa è una proposta che trovo interessante.

Il Governo nel 2026 ha già introdotto per i lavoratori privati una tassazione sostitutiva del 5% sugli incrementi retributivi derivanti da determinati rinnovi contrattuali, entro specifici limiti reddituali, e altre agevolazioni su lavoro notturno, festivo e a turni.

Perché un principio analogo non dovrebbe riguardare anche il pubblico impiego?

E soprattutto perché non ragionare seriamente sulla tredicesima?

Per milioni di lavoratori quella mensilità serve per pagare spese accumulate durante l’anno, assicurazioni, tasse, bollette, regali ai figli o semplicemente per respirare un po’.

Tassarla molto meno significherebbe mettere denaro immediatamente disponibile nelle famiglie.

C’è però una domanda alla quale ANIEF e la politica devono rispondere: quanto costa?

Qui bisogna essere seri.

Non basta dire:

“Abbassiamo le aliquote”.

Una riforma che porta il 23% al 15% sui primi 18.808 euro e riduce significativamente anche tutte le fasce successive comporterebbe evidentemente una perdita consistente di gettito.

Quanto?

Con quali coperture?

Cambierebbero contemporaneamente le detrazioni?

Rimarrebbero invariati gli attuali meccanismi per lavoro dipendente?

Come verrebbero coordinati trattamento integrativo, cuneo fiscale e agevolazioni?

Quale sarebbe il costo complessivo per lo Stato?

Sono domande fondamentali.

Una proposta fiscale diventa una riforma possibile soltanto quando, accanto alle aliquote, compare anche la colonna “coperture”.

Ma questo non significa affatto che la proposta vada ignorata.

Significa esattamente il contrario:

facciamo i conti e discutiamone.

E allora la mia domanda è: perché la sinistra non prende questa proposta e la mette sul tavolo?

Ed eccomi alla questione politica.

Da anni sentiamo ripetere dalle opposizioni che il Governo Meloni sbaglia politica fiscale.

Che i salari sono troppo bassi.

Che lavoratori e pensionati sostengono una parte enorme del prelievo.

Che il ceto medio si sta impoverendo.

Che bisogna recuperare potere d’acquisto.

Molte di queste critiche hanno delle ragioni.

Ma criticare non basta.

Se ritieni sbagliata la strada del Governo devi proporne una migliore.

E allora perché non discutere seriamente una struttura come quella dell’ANIEF?

Perché non dire:

“Noi proponiamo di portare l’aliquota dei redditi più bassi al 15%, creare cinque scaglioni e ridurre significativamente l’IRPEF fino a 60.000 euro”?

Questa sarebbe un’alternativa immediatamente comprensibile.

Sarebbe però sbagliato dire che la sinistra non propone nulla

Per correttezza bisogna riconoscere anche questo.

Il Partito Democratico ha proposto, tra le altre cose, la piena indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione per contrastare il fiscal drag, cioè quella sorta di aumento occulto della tassazione che si produce quando i redditi nominali crescono soltanto per recuperare l’aumento dei prezzi.

Alleanza Verdi e Sinistra propone invece una riforma ancora diversa: innalzamento della quota esente fino a 12.000 euro e successiva aliquota progressiva sul modello tedesco, accompagnata da una maggiore imposizione sui redditi e patrimoni molto elevati. AVS sostiene inoltre meccanismi di indicizzazione dei salari all’inflazione.

Quindi sarebbe ingiusto affermare che dall’opposizione non arrivino proposte.

Arrivano.

Il punto politico che mi pongo è un altro:

perché queste idee non diventano una proposta fiscale semplice, unitaria e riconoscibile da presentare agli italiani?

Perché mentre dal Governo arriva continuamente un messaggio molto semplice — “abbassiamo le tasse” — dall’altra parte spesso arrivano tante proposte diverse che faticano a trasformarsi in un’alternativa immediatamente percepibile?

Dire “Meloni sbaglia” non basta per governare

Un’opposizione non dovrebbe limitarsi a spiegare perché chi governa sta sbagliando.

Dovrebbe dire:

“Ecco cosa facciamo noi al suo posto.”

Con numeri.

Aliquote.

Soglie.

Coperture.

Effetti sulle buste paga.

Prendiamo un lavoratore da 25.000 euro e diciamogli esattamente quanto pagherebbe.

Prendiamone uno da 35.000.

Uno da 50.000.

Facciamo vedere le differenze.

Questo significa costruire un’alternativa.

Perché gridare ogni giorno che il Governo non funziona può consolidare chi è già convinto.

Difficilmente convince chi vuole sapere cosa accadrebbe concretamente il giorno dopo un eventuale cambio di maggioranza.

Questa proposta merita almeno di arrivare in Parlamento

Non so se le aliquote indicate da ANIEF siano quelle definitive ideali.

Forse il 15% dovrebbe avere una soglia diversa.

Forse andrebbero riviste le detrazioni.

Forse il 43% dovrebbe iniziare più in alto.

Forse servirebbe una fascia ulteriore per i redditi molto elevati.

Sono tutte questioni discutibili.

Ma la filosofia della proposta mi sembra corretta:

aiutare molto chi guadagna poco, continuare ad aiutare il ceto medio e rendere la progressività più graduale.

È esattamente il contrario della politica delle briciole.

Se poi qualcuno sostiene che questa riforma costa troppo, benissimo.

Ci dica quanto.

E ci dica perché troviamo miliardi per alcune misure e non possiamo discutere di utilizzarne una parte per lasciare più reddito disponibile nelle tasche di chi vive del proprio lavoro.

Questa sarebbe una discussione politica seria.

Meno bonus, più stipendio

Alla fine continuo a tornare sempre allo stesso principio.

Io non voglio uno Stato che prima prende troppo e poi decide se restituirmi qualcosa sotto forma di bonus.

Preferisco uno Stato che mi lasci fin dall’inizio una quota maggiore del reddito che ho guadagnato lavorando.

Meno bonus da richiedere.

Meno soglie ISEE.

Meno domande.

Meno click day.

Meno mancette una tantum.

Più stipendio netto.

Se una revisione dell’IRPEF può portare un lavoratore da 20.000 euro a pagare, sulla carta e prima delle detrazioni, oltre 1.500 euro di imposta lorda in meno, allora quella proposta merita di essere studiata.

Se a 28.000 euro la differenza arriva quasi a 1.800 euro, discutiamone.

Se a 40.000 supera 2.700 euro, facciamo i conti.

E se qualcuno ritiene che non sia sostenibile, presenti una soluzione migliore.

Ma per favore smettiamola con le riforme fiscali da 15 o 20 euro al mese presentate come svolte epocali.

Gli italiani che lavorano hanno bisogno di qualcosa di più.

E soprattutto hanno diritto a una politica capace non soltanto di dire:

“Quello che fa il Governo è sbagliato”.

Ma anche:

“Questa è la nostra proposta. Questi sono i numeri. E così vi rimarranno più soldi in tasca.”

Quella sì sarebbe un’opposizione pronta a governare.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.