Ucraina, altri 3,2 miliardi e via libera ai Patriot: ma l’Europa quando investirà davvero nella pace?

Ucraina e Patriot, altri miliardi UE: dov’è il piano per la pace?

Ucraina, altri 3,2 miliardi e via libera ai Patriot: ma l’Europa quando investirà davvero nella pace?

Ancora miliardi.

Ancora armi.

Ancora sistemi missilistici.

Ancora dichiarazioni solenni sulla necessità di “rafforzare” l’Ucraina.

E ancora una volta mi pongo la stessa domanda:

ma qualcuno, a Bruxelles, sta lavorando con la stessa determinazione per far finire questa guerra?

L’8 settembre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che gli Stati membri hanno dato il via libera a una deroga che consentirà all’Ucraina di acquistare prodotti essenziali per i sistemi di difesa aerea Patriot.

Il prossimo esborso previsto è di 3,2 miliardi di euro nell’ambito del gigantesco prestito europeo di sostegno all’Ucraina. La stessa von der Leyen ha spiegato che quelle risorse permetteranno a Kiev di rafforzare la protezione del proprio spazio aereo.

E qui una precisazione è necessaria.

Non significa che tutti i 3,2 miliardi verranno necessariamente spesi in Patriot.

Significa che, attraverso la deroga approvata, quelle risorse potranno essere utilizzate anche per acquistare componenti fondamentali di sistemi che vengono prodotti in larga parte fuori dall’Unione europea.

Ma la sostanza politica resta.

L’Europa continua a mettere enormi quantità di denaro dentro la macchina militare di questa guerra.

Un prestito da 90 miliardi. Sessanta destinati alla difesa

Per comprendere le dimensioni dell’operazione bisogna allargare lo sguardo.

Il cosiddetto Ukraine Support Loan vale complessivamente 90 miliardi di euro per il 2026 e il 2027.

Di questi, indicativamente:

30 miliardi sono destinati al sostegno di bilancio;

60 miliardi al sostegno degli acquisti per la difesa.

Sessanta miliardi.

Non milioni.

Miliardi.

E soltanto per il 2026 sono previsti fino a 28,3 miliardi di euro per sostenere le capacità di difesa ucraine.

Droni.

Missili.

Munizioni.

Sistemi di difesa aerea.

Radar.

Il 24 agosto la Commissione aveva già approvato altri 6,1 miliardi per sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar.

E allora la domanda non può più essere evitata:

qual è la strategia finale dell’Europa?

Continuare fino a quando?

Con quale obiettivo politico?

E soprattutto: dov’è, accanto alla strategia militare, una strategia europea della pace altrettanto visibile, finanziata e determinata?

Sostenere l’Ucraina è comprensibile. Trasformare la guerra in una politica permanente è un’altra cosa

Mettiamo subito in chiaro un punto.

La Russia ha invaso l’Ucraina.

L’Ucraina ha diritto a difendersi.

E i Patriot sono sistemi destinati principalmente alla difesa aerea, utilizzati per intercettare missili e altre minacce provenienti dal cielo.

In questi giorni la Germania ha annunciato nuove forniture di intercettori Patriot, sostenendo che gli attacchi russi contro infrastrutture ed energia potrebbero intensificarsi durante l’inverno.

Quindi non intendo raccontare la favola secondo cui l’Ucraina dovrebbe semplicemente smettere di difendersi mentre vengono lanciati missili sulle sue città.

Sarebbe assurdo.

Ma esiste una differenza enorme tra aiutare un Paese aggredito a difendersi e trasformare progressivamente l’Europa in uno dei principali finanziatori strutturali di una guerra senza riuscire contemporaneamente a costruire una credibile uscita diplomatica.

Ed è questa seconda prospettiva che personalmente considero sempre più preoccupante.

Perché ogni volta che parla von der Leyen si parla di più armi?

È soprattutto la linea politica incarnata da Ursula von der Leyen a lasciarmi profondamente perplesso.

Negli ultimi anni abbiamo ascoltato continuamente espressioni come:

rafforzare la difesa;

aumentare la produzione militare;

fornire munizioni;

produrre droni;

acquistare missili;

rafforzare l’industria europea della difesa;

rendere l’Ucraina abbastanza forte da scoraggiare qualsiasi aggressore.

A febbraio von der Leyen arrivò persino a definire il prestito europeo da 90 miliardi lo “steel porcupine loan”, il prestito del “porcospino d’acciaio”: l’obiettivo dichiarato è rendere l’Ucraina militarmente così forte da risultare indigesta a qualsiasi aggressore.

Capisco la dottrina della deterrenza.

La domanda è:

dov’è la dottrina della pace?

Perché io vedo programmi finanziari giganteschi per la difesa.

Vedo deroghe per acquistare armamenti.

Vedo miliardi per droni.

Vedo miliardi per missili.

Vedo finanziamenti alla produzione militare.

Ma non vedo con la stessa forza politica una leadership europea capace di sedersi al tavolo con tutte le parti e dire:

adesso basta, troviamo un compromesso che faccia cessare le morti.

E proprio mentre si parla di negoziati, arrivano altri miliardi per le armi

Il paradosso è ancora più evidente perché proprio in queste ore qualcosa si sta muovendo sul fronte diplomatico.

Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato sia Vladimir Putin sia Volodymyr Zelensky e hanno presentato nuove proposte per tentare di sbloccare i negoziati.

Lo stesso Zelensky ha parlato di alcune idee “valide” e ha detto che Kiev è disponibile a discutere compromessi su determinate questioni, pur senza che al momento vi sia alcuna svolta decisiva.

Ed è proprio questo che mi amareggia.

Perché l’immagine che arriva è sempre la stessa.

Quando si tratta di diplomazia:

riunioni.

Ipotesi.

Telefonate.

Dichiarazioni.

“Vedremo”.

“Ci sono idee”.

“Bisogna approfondire”.

Quando invece si tratta di armi:

3,2 miliardi.

6,1 miliardi.

28,3 miliardi.

60 miliardi.

Lì i numeri diventano improvvisamente molto concreti.

Io questa linea politica la considero pericolosa per la pace europea

Non mi interessa demonizzare personalmente Ursula von der Leyen.

Non posso sapere quali siano le sue intenzioni personali e non sarebbe serio attribuirgliene.

Posso però giudicare la sua linea politica.

E quella linea, personalmente, la considero pericolosa.

Perché l’Europa dovrebbe essere la forza politica che più di ogni altra lavora per impedire che questo conflitto diventi permanente.

Siamo noi ad averlo alle porte.

Siamo noi a subirne conseguenze economiche e geopolitiche.

Siamo noi ad avere due potenze nucleari, direttamente o indirettamente coinvolte nella contrapposizione, sullo stesso continente.

Siamo noi che dovremmo avere tutto l’interesse a ridurre gradualmente il rischio di escalation.

E invece continuiamo a parlare come se l’unica risposta possibile fosse:

più armi per essere più sicuri.

Ma esiste un punto nel quale più armi possono produrre sicurezza.

Ed esiste un punto nel quale l’accumulo continuo di armi, missili, droni e contrapposizioni può anche aumentare il rischio che un incidente, un errore di calcolo o un’estensione del conflitto producano qualcosa che nessuno riesca più a controllare.

Quella possibilità non dovrebbe essere liquidata come pacifismo ingenuo.

Si chiama prudenza geopolitica.

E chi pagherà questi 90 miliardi?

C’è poi una questione della quale si parla sempre troppo poco.

I 90 miliardi sono un prestito finanziato dall’Unione europea attraverso emissioni sui mercati dei capitali.

E dietro l’Unione europea ci sono gli Stati membri.

E dietro gli Stati ci sono i contribuenti.

Gli stessi cittadini ai quali viene spiegato che mancano risorse per la sanità.

Per le pensioni.

Per ridurre seriamente le tasse.

Per sostenere i salari.

Per mettere in sicurezza le infrastrutture.

Per aiutare famiglie che non arrivano a fine mese.

Naturalmente un bilancio pubblico non funziona come il portafoglio di una famiglia e non è corretto sostenere che un euro speso in Ucraina sarebbe automaticamente un euro disponibile per un ospedale italiano.

Ma quando le cifre diventano decine di miliardi, chiedere quali siano le priorità politiche dell’Europa è assolutamente legittimo.

Sessanta miliardi destinati indicativamente alla difesa ucraina in due anni non sono una voce marginale.

Sono una scelta politica enorme.

E i cittadini europei hanno diritto di discuterla.

A forza di prepararsi alla guerra, quando ci prepariamo alla pace?

C’è una frase che sentiamo ripetere ormai continuamente:

“Se vuoi la pace, prepara la guerra.”

È un principio antico.

E può avere una sua logica: un Paese incapace di difendersi può diventare più facilmente vittima di un’aggressione.

Ma io vorrei aggiungerne un’altra:

se vuoi davvero la pace, prima o poi devi anche preparare la pace.

Preparare negoziati.

Preparare compromessi.

Preparare garanzie di sicurezza reciproche.

Preparare una soluzione territoriale, per quanto dolorosa possa essere.

Preparare accordi sul controllo degli armamenti.

Preparare sistemi internazionali di verifica.

Preparare la ricostruzione.

Preparare una progressiva normalizzazione.

Perché nessuna guerra finisce semplicemente perché entrambe le parti ricevono abbastanza armi.

Le guerre finiscono quando una delle parti viene completamente sconfitta oppure quando qualcuno, prima o poi, si siede attorno a un tavolo.

La prima possibilità, in un conflitto che coinvolge indirettamente potenze nucleari, dovrebbe terrorizzarci.

La seconda dovrebbe essere la priorità.

Quanti morti dobbiamo ancora aspettare?

La guerra è ormai entrata nel suo quinto anno.

Città distrutte.

Famiglie spezzate.

Militari morti da entrambe le parti.

Civili uccisi.

Milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case.

Intere generazioni segnate.

E noi ancora discutiamo prevalentemente di quanti missili servano per affrontare il prossimo inverno.

L’Ucraina chiede circa 300 intercettori Patriot nell’immediato e sta contrattando l’acquisto di circa un migliaio di missili per gli anni futuri.

Questo significa che non ci stiamo preparando a una guerra che finirà necessariamente domani.

Stiamo strutturando capacità che guardano agli anni futuri.

Ed è esattamente questo che dovrebbe allarmare chiunque desideri seriamente la pace.

Non significa arrendersi a Putin

Ogni volta che qualcuno chiede più diplomazia arriva immediatamente l’accusa:

“Quindi vuoi arrenderti a Putin.”

No.

Questa semplificazione ha avvelenato il dibattito europeo.

Volere un negoziato non significa approvare l’invasione russa.

Volere un cessate il fuoco non significa giustificare Putin.

Volere evitare una continua escalation non significa chiedere all’Ucraina di consegnarsi al proprio aggressore.

Significa riconoscere un dato elementare:

questa guerra prima o poi dovrà finire.

E se nessuna delle due parti può realisticamente ottenere tutto ciò che desidera senza pagare costi umani spaventosi, qualcuno dovrà cominciare a costruire un compromesso.

È questo il compito della politica.

Altrimenti basta un ufficio acquisti.

Vorrei un’Europa ossessionata dalla pace quanto oggi sembra esserlo dalla difesa

Personalmente vorrei vedere la presidente della Commissione europea convocare un grande piano diplomatico europeo con lo stesso entusiasmo con cui annuncia miliardi destinati alla difesa.

Vorrei sentirle dire:

“Mettiamo tutte le nostre energie politiche per arrivare a un cessate il fuoco.”

Vorrei vedere un’Europa autonoma diplomaticamente.

Capace di parlare con Washington.

Con Kiev.

Con Mosca.

Con Ankara.

Con Pechino, se necessario.

Con chiunque possa contribuire a fermare questa guerra.

Perché l’Europa dovrebbe essere questo.

Non soltanto un finanziatore.

Non soltanto un produttore di armi.

Non soltanto un acquirente di sistemi americani.

Una potenza diplomatica.

Difendere l’Ucraina sì. Ma ditemi come volete far finire la guerra

È questa la domanda che rivolgerei a Ursula von der Leyen e a tutti i leader europei.

Avete deciso di finanziare la difesa ucraina.

Avete costruito un prestito da 90 miliardi.

Avete previsto decine di miliardi per armamenti.

Avete finanziato droni.

Missili.

Munizioni.

Radar.

Difesa aerea.

Benissimo.

Adesso diteci la seconda metà della strategia.

Come deve finire questa guerra?

Quando saremo soddisfatti?

Quali condizioni devono verificarsi?

Qual è il compromesso possibile?

Qual è il limite dell’impegno europeo?

Qual è il piano diplomatico?

Perché continuare a rispondere semplicemente “sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario” non è una strategia per terminare una guerra.

È una strategia per continuare a sostenerla.

E sono due cose profondamente diverse.

Personalmente considero questa continua militarizzazione della risposta europea una strada pericolosa.

Non perché desideri un’Ucraina indifesa.

Ma perché desidero un’Europa che ricordi quale dovrebbe essere uno dei suoi compiti più importanti:

evitare che il nostro continente torni a considerare la guerra una condizione normale.

Tre miliardi oggi.

Sei miliardi ieri.

Sessanta miliardi per la difesa nei prossimi due anni.

E domani?

Io vorrei finalmente leggere un’altra notizia:

“L’Europa investe tutto il proprio peso politico per fermare la guerra.”

Quella sarebbe una dichiarazione di Ursula von der Leyen che accoglierei con entusiasmo.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.