C’è qualcosa di profondamente storto nel modo in cui in Italia vengono distribuiti non soltanto i redditi, ma anche il peso delle tasse.
Da anni sentiamo parlare di riduzione della pressione fiscale, sostegno alle famiglie, difesa del potere d’acquisto, aiuti ai lavoratori e attenzione ai redditi medio-bassi. Le parole cambiano a seconda della stagione politica. I risultati, molto meno.
Per milioni di lavoratori dipendenti e pensionati il rapporto con il fisco è semplicissimo: prima ancora di vedere i propri soldi, lo Stato ha già preso la sua parte.
Non bisogna compilare un bonifico. Non bisogna ricordarsi una scadenza. Non bisogna decidere quanto dichiarare. Non bisogna neppure aprire il portafoglio.
L’IRPEF viene trattenuta. I contributi vengono trattenuti. Le addizionali vengono trattenute. E quando finalmente ciò che resta arriva sul conto corrente, comincia il secondo giro: IVA, accise, carburanti, bollette, assicurazioni, bolli, rifiuti e una lunga serie di imposte incorporate praticamente in ogni cosa che acquistiamo.
È il meraviglioso mondo del contribuente perfetto: quello dal quale i soldi vengono prelevati prima ancora che abbia avuto il tempo di contarli.
Una famiglia paga oltre 20 mila euro l’anno tra tasse e contributi
I dati diffusi il 29 agosto 2026 dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre sono impressionanti.
Prendiamo una famiglia considerata “tipo”: due lavoratori dipendenti, un figlio a carico, casa di proprietà e due automobili.
Secondo la CGIA, nel 2026 questa famiglia sostiene complessivamente 20.592 euro tra tasse e contributi.
La cosa ancora più interessante è capire come li paga.
Ben 13.030 euro, pari al 63,3%, vengono prelevati sostanzialmente alla fonte: IRPEF, contributi previdenziali e addizionali.
Altri 6.676 euro, il 32,4%, arrivano attraverso quella fiscalità che quasi non vediamo più: IVA, accise e altri prelievi incorporati nei prezzi.
Soltanto 887 euro, appena il 4,3% del totale, vengono versati attraverso pagamenti percepiti chiaramente dal contribuente, come bollo auto e TARI.
In altre parole, il 95,7% del prelievo avviene quasi silenziosamente.
È un sistema fiscalmente efficientissimo.
Per lo Stato.
Per il cittadino un po’ meno.
Perché se ogni famiglia dovesse ricevere lo stipendio lordo e, alla fine di ogni mese, fare materialmente un bonifico allo Stato con IRPEF, contributi, addizionali, IVA e accise pagate durante quel periodo, probabilmente il dibattito sulla pressione fiscale italiana sarebbe leggermente più vivace.
Dipendenti e pensionati: dalle loro tasche arriva quasi l’85% dell’IRPEF
Poi ci sono i numeri del Dipartimento delle Finanze.
Ed è qui che la sensazione diventa difficile da liquidare come semplice polemica.
I dati relativi alle dichiarazioni mostrano che i lavoratori dipendenti producono il 53,9% dell’IRPEF netta dichiarata, mentre i pensionati ne garantiscono un altro 30,9%.
Insieme fanno circa l’84,8% dell’intero gettito IRPEF netto dichiarato.
Quasi 85 euro ogni 100.
Questo non significa, naturalmente, che imprenditori e lavoratori autonomi non paghino le tasse. Sarebbe un’affermazione falsa e anche ingiusta: molti autonomi pagano cifre rilevanti e, secondo la stessa CGIA, l’IRPEF media versata da autonomi e imprenditori risulta addirittura superiore a quella media di dipendenti e pensionati.
Il problema è un altro.
Dipendenti e pensionati costituiscono la gigantesca cassaforte fiscale dalla quale lo Stato può prelevare con certezza.
Il loro reddito è conosciuto, tracciato, certificato. Il sostituto d’imposta trattiene ciò che deve trattenere e versa ciò che deve versare.
Non c’è margine di fantasia contabile sullo stipendio mensile riportato nella Certificazione Unica.
Ed è proprio per questo che ogni volta che si parla di riforma fiscale bisognerebbe partire da una domanda semplicissima:
chi ha sostenuto fino ad oggi il peso maggiore del sistema?
Il problema non è la progressività. Il problema è come vengono distribuiti gli sgravi
La Costituzione italiana stabilisce un principio chiarissimo: ciascuno deve contribuire alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività.
Progressività non significa punire chi guadagna di più.
Significa riconoscere una banalità economica: 100 euro non hanno lo stesso valore per chi ne guadagna 1.200 al mese e per chi ne guadagna 5.000.
E qui arriviamo al punto.
Negli ultimi anni i vari interventi sull’IRPEF sono stati presentati quasi sempre come operazioni a favore dei redditi più bassi, del lavoro e del famoso “ceto medio”.
Ma bisogna guardare attentamente come funzionano gli scaglioni.
Perché gli scaglioni IRPEF sono progressivi.
E questo comporta una conseguenza che molti sembrano dimenticare quando annunciano i tagli delle tasse: chi possiede un reddito elevato beneficia anche delle riduzioni applicate alle fasce di reddito inferiori che attraversa.
Non è un trucco.
È matematica.
Ed è proprio per questo che bisognerebbe smetterla di raccontare ogni riduzione di aliquota come se fosse automaticamente un aiuto mirato a chi sta peggio.
Quel famoso 2% in meno tra 15 e 28 mila euro
Facciamo un esempio concreto.
Fino al 2023 il reddito fino a 15.000 euro era tassato al 23%, mentre la parte compresa tra 15.001 e 28.000 euro era sottoposta all’aliquota del 25%.
Dal 2024 questi primi due scaglioni sono stati accorpati, applicando il 23% fino a 28.000 euro. Dal 2025 la modifica è diventata strutturale.
Grande annuncio: due punti di IRPEF in meno.
Benissimo.
Vediamo però che cosa significa.
Un contribuente con 20.000 euro di reddito ha 5.000 euro ricadenti nella fascia che prima era tassata al 25%.
Il risparmio lordo derivante dai due punti percentuali è:
5.000 × 2% = 100 euro l’anno.
Otto euro e spiccioli al mese.
Un contribuente con reddito di almeno 28.000 euro, invece, utilizza per intero quella fascia di 13.000 euro:
13.000 × 2% = 260 euro l’anno.
Quindi il lavoratore da 20.000 euro riceveva un vantaggio teorico di 100 euro; quello che arrivava almeno a 28.000 euro raggiungeva i 260.
E anche chi guadagnava 40.000, 50.000 o più attraversava comunque quello scaglione.
Naturalmente, sul beneficio effettivo intervengono poi detrazioni, deduzioni e correttivi: nel 2024, ad esempio, per i redditi superiori a 50.000 euro era stato previsto anche un meccanismo di riduzione di alcune detrazioni fino a 260 euro proprio per neutralizzare il vantaggio. Negli anni successivi sono stati introdotti ulteriori limiti alle detrazioni per i redditi superiori a 75.000 euro.
Ma il principio matematico rimane.
Quando abbassi l’aliquota di uno scaglione, il beneficio cresce fino a quando quello scaglione viene utilizzato interamente.
Nel 2026 si è ripetuto lo stesso meccanismo
Dal 1° gennaio 2026 il Governo ha ridotto dal 35% al 33% l’aliquota applicata alla fascia di reddito compresa tra 28.000 e 50.000 euro.
Le aliquote attuali sono quindi:
23% fino a 28.000 euro;
33% sulla parte compresa tra 28.000 e 50.000 euro;
43% sulla parte superiore a 50.000 euro.
Anche qui: due punti percentuali in meno.
Ma chi prende davvero il beneficio maggiore?
Chi guadagna 20.000 euro: zero euro da questo specifico intervento.
Chi guadagna 25.000 euro: zero euro.
Chi arriva a 30.000 euro beneficia dei due punti soltanto su 2.000 euro: circa 40 euro l’anno.
A 40.000 euro il vantaggio lordo sale a 240 euro.
A 50.000 euro si raggiungono 440 euro l’anno.
E chi guadagna più di 50.000 euro continua, in linea generale, a beneficiare di quei 440 euro perché anche il suo reddito attraversa interamente la fascia 28.000-50.000.
Per i redditi superiori a 200.000 euro il legislatore ha previsto una riduzione di 440 euro su determinate detrazioni proprio con l’obiettivo dichiarato di sterilizzare il beneficio.
Ma osserviamo la filosofia dell’intervento.
Una persona che guadagna 22.000 euro non riceve nulla da quella riduzione d’aliquota.
Una persona che ne guadagna 50.000 riceve il beneficio massimo di 440 euro.
E poi ci spiegano che bisogna sostenere chi ha perso potere d’acquisto.
Adesso si pensa di intervenire anche sopra i 50 mila euro
E arriviamo alla prossima puntata.
In vista della Legge di Bilancio 2027 il Governo sta valutando di estendere l’aliquota del 33% fino a 60.000 euro.
Oggi sulla parte di reddito superiore a 50.000 euro si paga il 43%.
Se la proposta venisse approvata nella forma finora ipotizzata, sui redditi compresi tra 50.000 e 60.000 euro l’aliquota scenderebbe quindi dal 43% al 33%.
Qui non stiamo parlando di due punti.
Stiamo parlando di dieci punti percentuali sulla nuova fascia interessata.
E i conti sono ancora più illuminanti.
Con un reddito di 51.000 euro il risparmio lordo sarebbe di circa 100 euro.
A 55.000 euro diventerebbe circa 500 euro.
A 60.000 euro arriverebbe a 1.000 euro l’anno.
E, senza specifici meccanismi di sterilizzazione, anche chi guadagna 70.000, 80.000, 100.000 euro o più usufruirebbe comunque di quei 1.000 euro di minore IRPEF sulla fascia compresa tra 50.000 e 60.000 euro.
Le stime circolate indicano un costo nell’ordine di circa 2,7-3 miliardi di euro e più di un milione di contribuenti si trovano soltanto nella fascia tra 50.000 e 60.000 euro.
Sia chiaro: chi guadagna 50 o 60 mila euro lordi all’anno non è un miliardario.
Non è questo il punto.
Il punto è stabilire le priorità di un Paese.
Se hai tre miliardi da destinare alla riduzione del prelievo fiscale, devi chiederti dove producono il maggiore effetto sociale ed economico.
Su una famiglia che vive con 20 o 25 mila euro?
Su un pensionato da 1.200 euro al mese?
Su un lavoratore che dopo affitto, bollette, carburante e alimentari arriva alla fine del mese contando gli euro?
Oppure sulla fascia di reddito tra 50 e 60 mila euro?
È una scelta politica.
Ed è perfettamente legittimo criticarla.
La curiosa definizione italiana di “ceto medio”
Da qualche anno, poi, sembra che in Italia il concetto di ceto medio abbia subito una curiosa mutazione genetica.
Ogni volta che si parla di sgravi per redditi da 40, 50 o 60 mila euro sentiamo dire che bisogna finalmente aiutare il “ceto medio”.
Ma allora una famiglia che vive con 25.000 o 30.000 euro cosa sarebbe?
Ceto povero?
Ceto invisibile?
Ceto che deve limitarsi a pagare?
Il reddito medio reale di milioni di italiani è molto lontano dalle cifre che dominano certi dibattiti sulla riduzione dell’IRPEF.
Questo non significa sostenere che chi guadagna 50.000 euro sia ricco.
Significa semplicemente riconoscere che chi ne guadagna 20.000 sta molto peggio.
E se il sistema fiscale deve essere progressivo, il criterio dovrebbe essere abbastanza semplice: prima si alleggerisce chi fa più fatica, poi, se ci sono le risorse, si procede verso l’alto.
In Italia sembra troppo spesso accadere il contrario.
E intanto chi guadagna meno paga comunque IVA e accise
C’è poi un altro elemento che rende il sistema ancora più paradossale.
Una persona con un reddito basso può pagare poca IRPEF grazie alle detrazioni o alla no tax area.
Qualcuno potrebbe quindi concludere: vedete? È già tutelata.
Peccato che quella stessa persona debba mangiare.
Deve accendere la luce.
Deve riscaldare casa.
Deve mettere benzina o gasolio nell’automobile se vive in un territorio dove il trasporto pubblico è insufficiente.
Deve comprare vestiti.
Deve pagare il telefono.
Deve assicurare l’auto.
E su quasi tutto ciò che consuma incontra IVA, accise e altri tributi.
La CGIA calcola 6.676 euro di imposte “nascoste” nella famiglia tipo analizzata per il 2026.
E le imposte sui consumi hanno una caratteristica evidente: cento euro di IVA e accise pesano pochissimo sul bilancio di chi dispone di un reddito molto elevato e moltissimo su quello di chi vive con uno stipendio modesto.
Ecco perché guardare soltanto l’aliquota IRPEF racconta una parte della storia.
La pressione fiscale si sente nel portafoglio complessivo.
Il lavoratore dipendente è il contribuente ideale: non può scappare
Il lavoratore dipendente italiano vive quindi in una posizione fiscale quasi perfetta dal punto di vista dello Stato.
Prima produce il reddito.
Poi qualcuno comunica quanto ha guadagnato.
Poi qualcuno calcola le tasse.
Poi qualcuno le trattiene.
Poi qualcuno le versa.
Infine ciò che resta viene accreditato sul suo conto.
Il fisco arriva prima del contribuente.
La pensione funziona nello stesso modo.
E forse è proprio questa certezza della riscossione ad aver trasformato negli anni dipendenti e pensionati nel grande bancomat fiscale del Paese.
Sono tanti.
Sono facilmente individuabili.
I loro redditi sono certificati.
Il prelievo è automatico.
E quando servono risorse, lì lo Stato sa di trovarle.
Nessuna guerra tra dipendenti e autonomi
Sarebbe però un errore trasformare tutto questo nell’ennesima guerra italiana tra lavoratori dipendenti e partite IVA.
Non serve.
Un artigiano che dichiara tutto, paga dipendenti, contributi, commercialista, utenze, imposte e anticipi fiscali può essere schiacciato dal sistema esattamente quanto un lavoratore dipendente.
Un piccolo commerciante onesto non è il nemico del pensionato.
Un professionista che paga tutte le imposte non è il problema dell’Italia.
Il problema è chi non paga ciò che dovrebbe pagare, qualunque lavoro faccia.
E il problema ancora più grande è un sistema che finisce inevitabilmente per compensare ciò che non riesce a incassare altrove spremendo i contribuenti sui quali il prelievo è certo.
Nel 2025 il recupero dell’evasione fiscale ha raggiunto il record di 36,2 miliardi di euro. È un risultato importante, ma dimostra anche quanto gigantesca sia la partita.
Combattere seriamente l’evasione dovrebbe servire proprio a questo: fare pagare meno chi ha sempre pagato perché finalmente pagano tutti.
Non semplicemente trovare nuove entrate da spendere altrove.
L’Italia ha già una pressione fiscale tra le più alte d’Europa
Nel 2025 la pressione fiscale italiana è arrivata al 43,1% del PIL.
La media dell’Unione europea era del 40,7%.
L’Italia risultava quinta tra i 27 Paesi dell’UE, sopra Germania e Spagna.
Non siamo quindi un Paese nel quale lo Stato incassa poco.
Il problema è come incassa, da chi incassa e come redistribuisce ciò che incassa.
Perché continuare ad aumentare il prelievo complessivo su chi ha redditi perfettamente tracciabili e poi distribuire gli sgravi partendo dagli scaglioni medio-alti non sembra esattamente la ricetta migliore per ridurre le disuguaglianze.
Il vero problema è decidere chi aiutare per primo
Non c’è nulla di scandaloso nel voler ridurre le tasse a chi guadagna 50.000 o 60.000 euro.
Pagano tasse anche loro.
E ne pagano parecchie.
Il punto è un altro.
Vengono prima loro?
In un Paese con milioni di pensionati con assegni modesti, stipendi che hanno perso potere d’acquisto, giovani che lavorano per 1.200 o 1.300 euro al mese, famiglie travolte dal costo degli affitti e lavoratori che devono usare una parte sempre maggiore del reddito semplicemente per vivere, è davvero prioritario impiegare miliardi per ridurre l’IRPEF sulla fascia tra 50 e 60 mila euro?
Questa è la domanda.
Non se quelle persone meritino o meno di pagare meno tasse.
La domanda è chi dovrebbe pagarne meno per primo.
Perché 1.000 euro risparmiati da chi guadagna 60.000 euro fanno certamente piacere.
Ma 1.000 euro lasciati nelle tasche di una famiglia che vive con 20.000 o 25.000 euro possono cambiare davvero qualcosa.
Possono significare una bolletta pagata senza ansia.
Una riparazione dell’auto.
Libri scolastici.
Una visita medica.
Una settimana di spesa.
La possibilità, banalissima e rivoluzionaria, di arrivare alla fine del mese senza avere paura del prossimo imprevisto.
Un fisco progressivo dovrebbe guardare dal basso verso l’alto
È questo che sembra essersi perso nel dibattito fiscale italiano.
La progressività non dovrebbe essere uno slogan scritto nei manuali.
Dovrebbe essere una scelta.
Chi ha meno deve essere protetto di più.
Chi ha di più può certamente ricevere riduzioni fiscali, ma dopo che sono state affrontate le condizioni di chi vive con redditi molto inferiori.
Altrimenti continueremo con il solito spettacolo.
Il pensionato pagherà l’IRPEF prima ancora di ricevere la pensione.
Il dipendente vedrà la differenza tra lordo e netto sulla busta paga.
Entrambi pagheranno IVA quando faranno la spesa e accise quando faranno carburante.
Poi accenderanno la televisione e sentiranno annunciare con grande soddisfazione una nuova “riduzione delle tasse per gli italiani”.
E magari scopriranno che loro, da quella riduzione, prenderanno quaranta euro.
O niente.
Mentre salendo lungo la scala dei redditi il vantaggio diventerà 200, 440, 500 o 1.000 euro.
Tutto perfettamente legale.
Tutto perfettamente spiegabile con il funzionamento degli scaglioni.
Ma politicamente resta una domanda alla quale prima o poi qualcuno dovrebbe rispondere:
se i soldi non bastano per aiutare tutti, perché in Italia così spesso si comincia da chi sta già un po’ meglio?
Forse il problema della distribuzione della ricchezza parte proprio da qui.
Da un Paese in cui chi vive di stipendio o pensione viene tassato con precisione chirurgica, spesso senza neppure vedere materialmente il denaro che versa, mentre quando arriva il momento di restituire qualcosa attraverso una riforma fiscale scopre troppo spesso di essere ancora una volta nel posto sbagliato dello scaglione.
Sempre abbastanza ricco per pagare.
Mai abbastanza importante per essere aiutato per primo.


