Ventisei miliardi e nessuna risposta: la manovra che dovrebbe farci andare a votare

La manovra che manderà a casa la Meloni

Ventisei miliardi e nessuna risposta: la manovra che dovrebbe farci andare a votare

Ieri la presidente del Consiglio si è presentata davanti alle telecamere con aria soddisfatta. Ha detto che la quinta legge di bilancio del governo vale circa 26 miliardi, costruita sulle stesse priorità dei quattro anni precedenti: famiglia, natalità, tasse, potere d’acquisto. Il problema è proprio questo: sono le stesse priorità di quattro anni fa, e gli italiani che faticano a chiudere il mese aspettano ancora i risultati.

Guardiamo il piatto forte. Il secondo scaglione Irpef al 33% sale fino a 55mila euro, per un beneficio massimo di circa 500 euro l’anno. Cinquecento euro, e si badi bene: il massimo, che spetta soltanto a chi sta in cima alla fascia. Chi guadagna 55mila euro l’anno, in questo Paese, non è esattamente il pensionato che rinuncia alle cure o il pescatore che conta il gasolio. È una misura per il ceto medio-alto, venduta come svolta per tutti. Ai redditi bassi, a chi non arriva nemmeno a quegli scaglioni, resta l’applauso.

Poi c’è il capitolo pensionati. Per gli over 75 arriva un voucher: 300 euro per chi ha una pensione fino a 28mila euro, a beneficio di 5,5 milioni di persone, per 1,6 miliardi di costo. Trecento euro, una volta. Per chi ha lavorato una vita e oggi paga farmaci, visite private e bollette, è la mancia del cameriere, non il riconoscimento di un diritto. E i giovani? Un fondo da 100 euro annui per i nuovi nati e un incentivo sugli affitti: briciole, quando si chiede a un under 35 di costruirsi un futuro con stipendi bassi e contratti precari.

Colpisce anche cosa fa gioco di grande rilievo nella propaganda. La premier ha dedicato spazio a una “nota di colore”: la possibilità di avere targhe personalizzate, a pagamento. Mentre autotrasportatori, agricoltori, pescatori e taxisti aspettano risposte concrete sui costi che li soffocano, il governo trova il tempo di pensare alle targhe su misura. Dice molto delle priorità.

E ancora: una parte consistente del pacchetto non è nuova. La premier stessa ha spiegato che vengono confermati i provvedimenti della precedente manovra in scadenza a fine anno, un pacchetto che da solo vale circa 9 miliardi. Quasi un terzo della “nuova” manovra è dunque ordinaria amministrazione: tenere in vita quello che già c’era, presentandolo come conquista. Un governo che si limita a evitare di far scadere le proprie misure non sta rispondendo ai problemi, sta rinviando il momento di affrontarli.

Il contrasto con le promesse è netto. Per anni ci hanno raccontato che questa maggioranza avrebbe messo il lavoro e la famiglia al centro. Oggi la stessa premier ammette, parlando dell’Irpef, che se avessero potuto avrebbero fatto molto di più (riferendosi a quei pochi che guadagnano tra 55000 mila euro e 60000 mila euro). Nulla ai redditi fino a 28000 mila euro, dopo la mancetta dell’anno scorso. Governare significa scegliere, e un governo che a ogni manovra spiega ciò che avrebbe voluto fare e non ha potuto fare ha già ammesso la propria impotenza. Dopo quattro anni, “non ho potuto” non è più un’attenuante: è un programma.

Le ricadute si vedono dove la vita è più dura. Medici sempre più soli e sempre meno pagati, pescatori schiacciati dai costi, taxisti e autotrasportatori in affanno sul carburante, agricoltori che vivono di esenzioni e proroghe invece che di una politica agricola vera, pensionati che si curano a rate, giovani che emigrano. A tutti loro la manovra offre qualche centinaio di euro, un voucher, un bonus. Nessuna riforma, nessuna visione. E il fondo sanitario che sale a 146,3 miliardi, presentato come “un altro record”, non cancella le liste d’attesa né le corsie vuote di personale: i record contano quando migliorano la vita delle persone, non quando riempiono le slide.

Intanto si apre la fase parlamentare: Camera e Senato hanno tempo fino al 31 dicembre, e il testo può ancora cambiare. Vedremo quante promesse sopravviveranno ai negoziati tra i partiti di maggioranza, ciascuno impegnato a difendere la propria bandierina.

Gli italiani, a questo punto, hanno capito da che parte sta questo governo. Non sta dalla parte di chi fatica, ma di chi sa raccontarsi bene. Le mance, per citare un’espressione che in queste ore circola molto, non bastano a chi chiede dignità. Per questo prima si va a votare, prima gli italiani potranno scegliere se continuare così o cambiare strada.

La democrazia serve anche a questo: a dire basta quando le risposte non arrivano.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.