Lavoratori e pensionati con redditi bassi aspettavano risposte concrete. Ma tra agevolazioni abbandonate, bonus e annunci, il rischio è che anche questa volta le vere emergenze restino sullo sfondo.
Che cosa c’è nella manovra 2027 del Governo Meloni per i lavoratori e i pensionati che guadagnano fino a 28.000 euro lordi all’anno? Quali misure concrete sono state pensate per chi arriva a malapena alla fine del mese, per chi deve scegliere se pagare una bolletta o rimandare una spesa, per chi lavora una vita intera e poi si ritrova con una pensione che non basta a vivere dignitosamente?
La risposta che mi viene spontanea è una sola: ‘na beata minghia!
Una risposta colorita, certo, ma che rende bene la rabbia e la delusione di chi si aspettava qualcosa di più di qualche agevolazione da definire, qualche bonus e tante dichiarazioni rassicuranti.
Perché il problema dell’Italia non è soltanto quello di far quadrare i conti pubblici. È anche quello di far quadrare i conti nelle case degli italiani. E per milioni di persone questa seconda operazione è diventata sempre più difficile.
La priorità non è chi fatica ad arrivare alla fine del mese?
Da mesi si discute di riduzioni dell’IRPEF, di agevolazioni fiscali e di possibili interventi a favore dei contribuenti con redditi medio-alti. Si è deciso di estendere il beneficio dell’aliquota IRPEF ridotta a chi guadagna oltre 50.000 euro fino a 55.000 euro e di ampliare la flat tax per le partite IVA fino a 100.000 euro di ricavi. Cioè flat tax al 15% per redditi autonomi fino a 100.000 euro e 23% a lavoratori e pensionati fino a 28.000 euro? Si, questo è il fisco ingiusto che alimenta ingiustizie e disuguaglianze.
Misure che hanno alimentato il dibattito politico e che, almeno nelle intenzioni annunciate, avrebbero dovuto rappresentare una parte importante della strategia fiscale del Governo. Ma c’è una domanda alla quale sarebbe necessario rispondere con chiarezza: perché chi ha un reddito basso deve sempre aspettare, mentre per altre categorie si cercano continuamente nuove agevolazioni?
Non si tratta di mettere i lavoratori dipendenti contro gli autonomi, né di sostenere che chi guadagna di più non debba mai beneficiare di una riduzione delle tasse. Si tratta di stabilire delle priorità.
Una persona che porta a casa 1.200 o 1.400 euro al mese non vive gli stessi problemi di chi dispone di un reddito molto più elevato. Per la prima, anche un aumento di poche decine di euro può fare la differenza tra una spesa affrontata e una rinviata. Per questo motivo, una politica fiscale che voglia davvero sostenere chi è in difficoltà dovrebbe partire proprio dai redditi più bassi.
E invece, ancora una volta, chi vive con uno stipendio modesto o con una pensione insufficiente rischia di ritrovarsi a guardare gli altri mentre si discute di nuove agevolazioni.
La tredicesima detassata? Una misura utile, ma è stata prima annunciata e ora bocciata dal Consiglio dei Ministri
Tra gli interventi discussi per la manovra c’era anche la possibile detassazione della tredicesima per i lavoratori con redditi bassi. È una misura che poteva essere utile, se confermata con criteri chiari e con un beneficio effettivamente significativo per chi ne ha bisogno.
Ma una cosa deve essere chiara: non basta annunciare un intervento per risolvere il problema dei salari insufficienti.
La tredicesima arriva una volta all’anno. Le bollette, l’affitto, la spesa alimentare, i trasporti e le medicine, invece, si pagano ogni mese. E quando il reddito ordinario non basta a coprire le spese essenziali, un vantaggio fiscale occasionale poteva dare un po’ di respiro, ma non cambia la situazione di fondo.
Lo stesso discorso vale per i bonus. Possono essere utili, soprattutto alle famiglie più fragili, ma non possono diventare il sostituto di una politica strutturale sui salari, sulle pensioni e sul potere d’acquisto.
Gli italiani non chiedono necessariamente regali. Chiedono di poter vivere del proprio lavoro, di pagare le spese senza indebitarsi e di arrivare alla pensione senza paura di diventare poveri.
Giovani, nuovi nati e anziani: tanti annunci, ma quali risultati?
Nella manovra trovano spazio anche misure rivolte ai giovani, incentivi per le assunzioni, agevolazioni per le famiglie e risorse destinate a interventi previdenziali ancora da definire. Sono temi importanti, che meritano attenzione. Peccato che siano solo mancette elettorali per questo governo che si avvia a fine legislatura.
Il problema è che queste misure approvate in Consiglio dei Ministri non rispondono alle tante richieste e manifestazioni di questi giorni, quindi ben vengano altre manifestazioni di protesta “pacifiche naturalmente” che invitino questo governo ad andare a casa.
Le mancette come i 100 euro ai nuovi nati, o i 300 euro agli anziani con oltre 75 anni, sotto i 28.000 euro, non risolvono le difficoltà di una famiglia che deve affrontare il costo degli asili, delle abitazioni e delle spese quotidiane. E per un pensionato che vive con un assegno modesto, un aiuto occasionale non sostituisce una pensione sufficiente a coprire i bisogni essenziali. Vergogna!
Servono misure accessibili, finanziate adeguatamente e capaci di raggiungere chi ha davvero bisogno, non soltanto annunci da utilizzare nella comunicazione politica.
Il punto non è essere contrari agli aiuti. È chiedere che gli aiuti siano proporzionati alle necessità e che non vengano presentati come la soluzione a problemi molto più grandi. Non è questa la risposta giusta al carovita che erode di più il potre d’acquisto delle fasce più deboli.
Il carovita non aspetta i tempi della propaganda
Nel frattempo, la vita reale continua a presentare il conto.
Fare la spesa costa, mantenere una casa costa, spostarsi per andare al lavoro costa. E chi percepisce uno stipendio basso o una pensione modesta non può compensare ogni aumento semplicemente riducendo le spese: spesso ha già tagliato tutto ciò che non è indispensabile.
È qui che la politica dovrebbe misurare la propria efficacia. Non soltanto attraverso il numero di provvedimenti approvati, i miliardi annunciati o le conferenze stampa, ma attraverso una domanda molto semplice: alla fine del mese, alle famiglie con redditi bassi rimangono più soldi oppure no?
Se la risposta è negativa, allora bisogna avere il coraggio di riconoscere che gli interventi non sono sufficienti.
Per chi guadagna poco, la differenza tra una promessa e una misura concreta è enorme. E la differenza tra una misura temporanea e un miglioramento stabile delle condizioni economiche lo è ancora di più.
Il popolo capisce. E non è stupido
La politica sembra spesso dimenticare una verità elementare: le persone possono anche non conoscere tutti i dettagli di una legge di bilancio, ma sanno benissimo quanto guadagnano, quanto spendono e quanto resta loro in tasca.
Non serve essere economisti per capire che uno stipendio fermo, accompagnato da spese crescenti, significa perdere potere d’acquisto. Non serve conoscere ogni aliquota fiscale per rendersi conto che una riduzione delle tasse serve a poco se il reddito continua a non bastare.
Per questo gli annunci non possono sostituire i risultati. La propaganda può raccontare una manovra come una grande conquista, ma poi ci sono i cittadini che ogni giorno devono fare i conti con la realtà.
E la realtà, per molte famiglie, è fatta di rinunce, preoccupazioni e insicurezza economica.
Il Governo ha il diritto di rivendicare le proprie scelte e di spiegare i vincoli di bilancio. Ma i cittadini hanno altrettanto diritto di giudicarne gli effetti, di contestare le priorità e di chiedere conto degli impegni assunti.
Alle prossime elezioni il giudizio spetterà agli italiani
Personalmente, in questa manovra vedo il rischio di ritrovare lo stesso schema: molti annunci, agevolazioni selettive e interventi che possono dare un sollievo limitato, senza affrontare con sufficiente decisione la questione centrale dei redditi bassi.
Avrei voluto vedere un impegno più netto per chi vive con meno di 28.000 euro lordi all’anno: una riduzione fiscale capace di incidere davvero sulle buste paga e sulle pensioni, misure strutturali per recuperare potere d’acquisto e interventi che non lasciassero alle famiglie più fragili il compito di arrangiarsi.
Non si può chiedere continuamente sacrifici a chi ha già poco, mentre si continua a discutere di vantaggi fiscali per altre fasce di reddito. E non si può pretendere che gli italiani siano soddisfatti soltanto perché un provvedimento viene presentato come un successo.
La prossima legge di Bilancio dovrà ancora affrontare il passaggio parlamentare, e sarà quindi importante verificare quali proposte diventeranno norme effettive, con quali risorse e con quali benefici reali.
Ma una cosa è certa: il consenso non si conserva soltanto con gli slogan. Si conquista anche dando risposte credibili ai problemi quotidiani delle persone.
Il popolo capisce. Il popolo non è stupido. Sa distinguere un aiuto concreto da una promessa, un cambiamento reale da un annuncio e una politica che mette al centro i cittadini da una che rischia di lasciarli indietro.
Alle prossime elezioni saranno gli italiani, liberamente e democraticamente, a esprimere il proprio giudizio sull’operato del Governo. E chi governa dovrebbe ricordare che nessun consenso è eterno e nessuna maggioranza può considerare scontata la fiducia di chi, ogni giorno, cerca soltanto di vivere con dignità.
Perché la vera domanda, alla fine, rimane sempre la stessa: a che cosa serve una manovra economica se chi lavora e chi ha lavorato una vita intera continua a non arrivare alla fine del mese?


