Meloni dice: «La sicurezza è stata garantita». Ma il disagio sociale resta.

Meloni e sicurezza: il disagio sociale resta

Meloni dice: «La sicurezza è stata garantita». Ma il disagio sociale resta.

La sicurezza non si garantisce soltanto con più controlli, nuove pene e misure repressive. Si garantisce anche combattendo la povertà, restituendo dignità al lavoro e offrendo un futuro ai giovani. Perché in Italia ci sono milioni di persone che lavorano, pagano le tasse e rispettano le regole, ma non riescono comunque a vivere dignitosamente. E questo è un problema che nessun Governo può permettersi di ignorare.

«La sicurezza è stata garantita». È una dichiarazione che può anche essere rivendicata come un risultato politico, ma che non basta a descrivere la condizione reale del Paese. Perché mentre il Governo Meloni sottolinea i risultati ottenuti sul fronte dell’ordine pubblico, c’è un’altra emergenza che continua a crescere e che non può essere affrontata soltanto con le Forze dell’Ordine: quella del disagio sociale.

La domanda che rivolgo al presidente del Consiglio è semplice: sicurezza per chi, se milioni di italiani non hanno più la sicurezza di arrivare alla fine del mese?

Possiamo discutere di controlli, repressione, nuovi reati e poteri delle Forze dell’Ordine. Possiamo rivendicare interventi contro la criminalità e chiedere maggiore tutela per i cittadini. Ma se una famiglia non riesce a pagare l’affitto, se un lavoratore deve scegliere tra fare la spesa e pagare una bolletta, se un giovane non riesce a costruirsi un futuro nonostante gli studi e il lavoro, allora c’è una parte fondamentale della sicurezza che continua a mancare.

È la sicurezza economica. È la certezza di poter vivere del proprio lavoro. È la possibilità di affrontare il futuro senza la paura costante che una spesa imprevista faccia crollare un bilancio familiare già in difficoltà.

E su questo terreno, le risposte della politica sono ancora insufficienti.

Lavorare e restare poveri: il fallimento che non possiamo ignorare

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chi governa il Paese. Il problema dei cosiddetti working poor, cioè le persone che lavorano ma percepiscono redditi insufficienti a uscire dalla povertà, è ormai una delle questioni sociali più preoccupanti dell’Italia.

I dati Istat relativi al 2025, richiamati da Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, in occasione di un incontro con il Premio Nobel per l’Economia David Card al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, descrivono una situazione che non può essere liquidata come una semplice difficoltà temporanea.

In Italia, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con una persona di riferimento occupata raggiunge l’8,5% quando questa è un lavoratore dipendente. La percentuale sale al 14,3% quando si tratta di un operaio o di una persona con un inquadramento assimilato. Nei nuclei familiari con figli minorenni, la situazione diventa ancora più grave: la quota supera il 15% quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato.

Tradotto in termini concreti, significa che avere un lavoro non è più, per tutti, una garanzia contro la povertà.

E allora mi chiedo: di quale sicurezza stiamo parlando se una persona può trascorrere gran parte della propria vita lavorando e ritrovarsi comunque nell’impossibilità di sostenere le spese essenziali?

Il lavoro dovrebbe essere lo strumento principale attraverso cui una persona conquista autonomia, dignità e libertà. Se invece uno stipendio non basta per vivere, significa che qualcosa nel sistema economico e sociale non funziona come dovrebbe.

Non possiamo continuare a considerare normale che chi lavora sia costretto a chiedere aiuto per acquistare beni essenziali. Non possiamo accettare che un genitore debba rinunciare a qualcosa per garantire il necessario ai propri figli. E non possiamo raccontare che il Paese stia andando nella direzione giusta senza affrontare seriamente questa contraddizione.

Cinque milioni di italiani in povertà assoluta: la sicurezza non basta

I numeri complessivi rendono il quadro ancora più allarmante.

Secondo i dati Istat del 2025 citati da De Felice, in Italia si trovavano in condizioni di povertà assoluta 2,1 milioni di famiglie, per un totale di circa 5,4 milioni di persone: il 9,3% della popolazione residente.

Non si tratta di una minoranza trascurabile, né di un problema che riguarda soltanto chi è privo di un’occupazione. La povertà attraversa anche il mondo del lavoro e colpisce famiglie che, pur avendo un reddito, non dispongono di risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali.

La situazione è particolarmente grave tra i più giovani.

I dati richiamati nell’analisi indicano che la povertà assoluta coinvolge circa 1,136 milioni di minori, pari al 12,5% del totale, e quasi 1,2 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni, pari al 12,1%.

Sono numeri che dovrebbero occupare una posizione centrale nell’agenda politica. Perché quando la povertà coinvolge i bambini, non stiamo parlando soltanto delle difficoltà economiche del presente, ma anche delle opportunità che vengono negate alle generazioni future.

Un bambino che cresce in una famiglia in difficoltà può avere meno possibilità di accedere ad attività educative, sportive e culturali. Un giovane che non riesce a rendersi economicamente indipendente può essere costretto a rinunciare a progetti personali, a rimandare la formazione di una famiglia o a lasciare il proprio territorio in cerca di condizioni migliori.

Questa è un’emergenza sociale che non può essere risolta con uno slogan.

E non basta neppure rispondere che la sicurezza è stata garantita. Perché la sicurezza di un Paese riguarda anche la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni e la possibilità per ogni cittadino di costruirsi un futuro.

Più repressione, ma quali risposte al disagio sociale?

Negli ultimi tempi, il dibattito politico si è concentrato molto sulla sicurezza, sulle misure repressive, sull’inasprimento delle pene e sugli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine.

Sono questioni importanti. Nessuno può sostenere che la criminalità debba essere tollerata o che le persone debbano rinunciare al diritto di vivere in sicurezza.

Ma la sicurezza non può diventare l’unica risposta che la politica è in grado di offrire di fronte a problemi che hanno radici economiche, sociali e culturali.

Quando si parla di giovani che protestano, di famiglie che non riescono a sostenere le spese quotidiane, di lavoratori che percepiscono salari insufficienti, la prima domanda non dovrebbe essere soltanto come contenere il malcontento. Dovrebbe essere perché quel malcontento si sta diffondendo e quali interventi possono ridurlo.

È necessario distinguere con chiarezza chi manifesta pacificamente da chi commette violenze o reati. Il dissenso è un diritto democratico, mentre gli atti illegali devono essere perseguiti secondo la legge. Ma confondere il disagio sociale con un problema esclusivamente di ordine pubblico rischia di lasciare irrisolte le cause che alimentano la protesta.

Uno Stato autorevole non è soltanto quello che sa reprimere un comportamento illegale. È anche quello che sa prevenire le condizioni che alimentano emarginazione, esclusione e disperazione.

Servono politiche per il lavoro, servizi sociali efficienti, sostegno alle famiglie, accesso alle cure, istruzione e opportunità concrete per i giovani. Servono salari adeguati e misure capaci di impedire che il costo della vita continui a erodere il potere d’acquisto delle persone più fragili.

La sicurezza senza giustizia sociale rischia di curare i sintomi senza affrontare le cause.

Il carovita svuota gli stipendi e rende precario il futuro

C’è poi una questione che riguarda direttamente la vita quotidiana di milioni di italiani: il costo della vita.

Affitti, bollette, alimentari, trasporti, carburanti e spese sanitarie incidono pesantemente sui bilanci familiari. Quando i prezzi aumentano e i redditi non crescono nella stessa misura, il risultato è una progressiva perdita del potere d’acquisto.

Per chi dispone di entrate elevate, un aumento delle spese può rappresentare un sacrificio. Per chi vive con mille o millecinquecento euro al mese, invece, può significare dover rinunciare a qualcosa di essenziale.

È questa la differenza che la politica dovrebbe comprendere quando stabilisce le proprie priorità.

Non tutti partono dalle stesse condizioni economiche. Non tutti hanno una casa di proprietà, risparmi da utilizzare in caso di emergenza o familiari in grado di intervenire quando le difficoltà diventano insostenibili.

Eppure, troppo spesso, il dibattito politico sembra concentrarsi sulle misure fiscali destinate alle fasce di reddito medio-alte, mentre chi vive in condizioni di maggiore fragilità continua ad aspettare risposte strutturali.

Non si tratta di negare il diritto di pagare meno tasse a chi lavora e produce reddito. Si tratta di stabilire una scala di priorità coerente con la gravità dei problemi.

Se ci sono risorse limitate, è ragionevole chiedersi se non sia necessario intervenire prima sui redditi più bassi, sui salari insufficienti e sulle famiglie che si trovano in condizioni di povertà assoluta.

Un Governo dovrebbe avere il coraggio di spiegare non soltanto ciò che intende fare, ma anche perché sceglie di destinare le risorse a una misura piuttosto che a un’altra.

Perché per chi non arriva alla fine del mese, gli annunci non pagano le bollette.

I bonus non bastano: il lavoro deve restituire dignità

Un’altra contraddizione riguarda il ricorso frequente ai bonus e ai contributi temporanei, spesso presentati come la risposta alle difficoltà economiche delle famiglie.

Gli aiuti possono essere necessari e, in determinate circostanze, fare una differenza importante. Ma non possono sostituire una politica economica capace di garantire redditi adeguati e servizi accessibili.

Non possiamo costruire un sistema in cui una persona lavora tutto l’anno, percepisce uno stipendio insufficiente e deve sperare di rientrare nei requisiti di un’agevolazione per riuscire a sostenere le spese.

Il sostegno pubblico deve raggiungere chi ne ha bisogno attraverso criteri equi, controlli efficaci e misure coerenti. Ma la vera sfida è ridurre il numero delle persone costrette a dipendere continuamente dagli aiuti per sopravvivere, non creare ulteriori discriminazioni con bonus o misure riservate ad alcuni a scapito di altri comunque in difficoltà.

Occorre affrontare il problema dei salari bassi, della precarietà, delle differenze territoriali e della produttività. Bisogna intervenire sul potere d’acquisto, rafforzare le politiche per l’occupazione e impedire che il lavoro povero diventi una condizione permanente.

Perché un Paese nel quale milioni di persone lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente è un Paese che deve interrogarsi sulle proprie scelte economiche.

E questa responsabilità riguarda certamente il Governo in carica, ma anche il sistema politico nel suo complesso.

La povertà lavorativa non nasce in un giorno e non si risolve con un singolo provvedimento. Tuttavia, chi governa ha il dovere di indicare una direzione, fissare obiettivi verificabili e dimostrare con i fatti che le condizioni di vita dei cittadini stanno migliorando.

Meloni, la sicurezza è anche poter vivere senza paura della povertà

Presidente Meloni, la sicurezza è fondamentale. I cittadini hanno diritto a vivere tranquilli, a non subire violenze e a essere protetti quando la loro incolumità è in pericolo.

Ma la sicurezza è anche sapere di poter pagare l’affitto il mese prossimo. È non dover scegliere tra fare la spesa e acquistare un farmaco. È poter crescere i propri figli senza essere perseguitati dalla paura di non riuscire a garantire loro il necessario.

È avere un lavoro che permetta di vivere, una pensione che consenta di affrontare la vecchiaia con dignità e la possibilità di guardare al futuro senza sentirsi costantemente sull’orlo di una crisi economica personale.

Se una persona lavora ma resta povera, se un giovane non vede prospettive e se una famiglia deve chiedere aiuto per affrontare le spese essenziali, il problema non può essere considerato risolto soltanto perché sono state adottate nuove misure di ordine pubblico.

La sicurezza e la giustizia sociale non sono obiettivi contrapposti. Al contrario, una società più equa, con maggiori opportunità e minori disuguaglianze, può rafforzare la fiducia nelle istituzioni e la coesione tra i cittadini.

Per questo mi aspetto dalla politica meno autocelebrazione e più attenzione alla vita reale delle persone. Meno propaganda e più risultati misurabili. Meno annunci e più interventi capaci di incidere sui salari, sulle bollette, sugli affitti e sulle opportunità di lavoro.

Perché non è sufficiente dire che il Paese è più sicuro. Bisogna dimostrare che gli italiani possono vivere meglio.

La sicurezza è stata garantita? Il disagio sociale resta

È proprio questo il punto che non voglio venga dimenticato.

Un Governo può rivendicare i risultati ottenuti sul fronte della sicurezza, ma non può pretendere che questo basti a cancellare le difficoltà economiche di milioni di cittadini.

I dati sulla povertà assoluta e sui lavoratori poveri dimostrano che il problema è profondo e coinvolge persone che contribuiscono ogni giorno alla vita economica del Paese.

Non sono necessariamente persone che hanno smesso di cercare lavoro. Non sono soltanto famiglie prive di reddito. Sono anche lavoratori che svolgono il proprio dovere e che, nonostante questo, non riescono a raggiungere una condizione di sufficiente stabilità economica.

Questa realtà dovrebbe preoccupare tutti, senza distinzioni politiche.

La sicurezza è un diritto. Ma lo è anche la dignità del lavoro. Lo è la possibilità di mantenere una famiglia. Lo è il diritto dei giovani a immaginare un futuro senza essere costretti a vivere nell’incertezza.

Ecco perché, quando sento affermare che la sicurezza è stata garantita, la mia risposta è un’altra: bene, se i risultati lo confermano. Ma il disagio sociale resta, e non possiamo continuare a ignorarlo.

Un Paese non è davvero sicuro quando le persone hanno paura di uscire di casa. Ma non lo è nemmeno quando hanno paura di non riuscire a pagare le bollette, perdere la propria abitazione o non poter offrire un futuro ai propri figli.

La politica ha il dovere di affrontare entrambe le emergenze. Se si concentra soltanto sulla prima e trascura la seconda, il lavoro da fare è ancora enorme.

E allora, presidente Meloni, la domanda resta aperta: la sicurezza è stata garantita, ma quando verrà garantita anche la possibilità di vivere dignitosamente con il proprio lavoro?

Perché un cittadino non dovrebbe essere costretto a scegliere tra sentirsi sicuro per strada e sentirsi sicuro nella propria vita economica.

La sicurezza protegge le persone. La giustizia sociale permette loro di vivere. Un Governo che vuole davvero garantire entrambe non può dimenticare nessuna delle due.

Giuseppe Cianci

Non scendo a compromessi. Sono leale verso i miei principi e le persone a cui tengo. Alla mia età, ho imparato una lezione fondamentale: il tempo è prezioso. Ho imparato ad apprezzare i rapporti veri e a non perdere tempo con situazioni che non portano valore.